martedì 31 marzo 2026

Dante e i Templari. Intervista a Luca Monti.


 Luca Monti (Gran Priore del Sacro Ordine Equestre Ecumenico Templare) intervistato su Dante e Templari

In un tuo libro edito da Aurora Boreale, scrivi che Dante fu il Gran Maestro segreto dei Templari dopo Jacques De Molay. Partiamo da qui.


La storia dei Templari è molto diversa da quella che viene descritta dagli storici tradizionali. Quando io mi occupo della storia non me ne occupo con gli strumenti tradizionali, cioè con i libri e i materiali scritti da storici, perché questi sono materiali scritti da uomini, quindi con criteri limitati; io parto invece dai simboli, che sono universali a tutte le latitudini. Da questo punto di vista i simboli usati dai Templari ci dicono molto, e ci dice molto anche il modo in cui Dante scriveva, che era di tipo esoterico. Già questo quindi offre le prime basi di partenza per l’interpretazione della Divina Commedia e ci dà delle precise indicazioni sul suo valore.
Tutto è basato su determinati numeri: 3 cantiche e 3 è il numero della perfezione; 33 canti e 33 è il massimo grado della massoneria, il massimo grado sapienziale. Ricorre spesso il numero 13: Dante mette nelle varie cantiche diversi gruppi di 13; 13 i dannati a cui Dante chiede il nome, 13 quelli cui non chiede il nome, 13 i dannati che si fanno riconoscere senza che venga loro chiesto il nome, ecc.
Abbiamo poi indizi che dicono che Dante era un templare; esiste una moneta conservata al museo di Vienna in cui viene attribuito a Dante il grado di Cavaliere Kadosh, uno dei cavalierati più segreti all’interno dei Templari. Attorno a sé lui aveva creato un circolo che ufficialmente si occupava di poesie d’amore, ma in realtà era un circolo segreto di matrice esoterica. L’ultima guida di Dante poi è San Bernardo, che è il creatore della regola templare.
I manoscritti originali di Dante, ufficialmente, non esistono. Non abbiamo una sua firma autografa, un suo manoscritto, nulla. Esiste secondo te qualcuno che li ha?
Per quello che posso immaginare sì, ci sono, ma non sono consultabili e credo siano negli Stati Uniti custoditi dai Templari di oggi. C’è ad esempio un certo Filippo Mazzei che è stato uno dei firmatari della Costituzione Americana ed era un fiorentino di una famiglia templare molto importante. I legami quindi tra Templari e USA sono molto stretti, perché a partire dal 1200 ormai l’Europa divenne scomoda per i Templari e quello che potevano fu portato negli USA.
Questi documenti non vengono divulgati perché da secoli ci sono battaglie all’interno del movimento templare tra coloro che sono chiamati “i passatisti”, che hanno una visione pura del mondo iniziatica, e “i modernisti”, che sono la componente più nera.
Nella Divina Commedia non esiste un solo cenno alla moglie Gemma Donati, e cosi pure nelle altre opere. Corso Donati, Forese Donati e Piccarda Donati sono parenti di Gemma e vengono nominati, ma perché mai la moglie? Cosa ci hanno taciuto del personaggio di Dante? E’ possibile che sia un’opera collettiva e Dante sia un personaggio romanzato?
No, credo proprio di no. Credo sia tutta farina del sacco di una persona. Dante divenne maestro templare controvoglia. Il vero maestro doveva essere Brunetto Latini, ma non se la sentì e per questo fu posto all’Inferno, per punirlo simbolicamente del suo rifiuto.
Quanto a Gemma, potrebbe simboleggiare la gemma gnostica e non essere un personaggio vero e proprio. Probabile fosse quindi uno pseudonimo.
Dante cosa faceva nei periodi bui della sua biografia?
Si dedicò a ripristinare l’Ordine templare che ormai era quasi finito. Non è escluso che sia stato in Medioriente per incontrare i Sufi, con cui ebbe rapporti molto stretti. Lo stesso Federico II provò a mettere insieme la cavalleria cristiana e islamica e addirittura quella mongola; lui infatti temporeggiava nell’intraprendere la crociata voluta dal Papa di allora, perché cercava questo accordo tra islam e cristianesimo esoterico.
Puoi consigliare libri per informarsi in modo approfondito sugli argomenti che hai trattato?
Informazioni si trovano in molte opere dantesche. Oltre alla Divina Commedia, occorrerebbe leggere le altre opere per trarne un quadro più completo.
Castel Del Monte era il luogo dove fu costodito il Graal dai Templari?
E’ plausibile. Occorre vedere quale Graal, perché ce ne erano tre. Il contenitore del sangue di Cristo, il balsamario e quello dell’ultima cena.
Due personaggi fondamentali della Dvina Commedia: San Bernardo e Beatrice. Ce ne puoi parlare?
Beatrice è l’obiettivo cui devono tendere i Templari, perché simbolicamente rappresenta la gnosi, la sofia, la conoscenza suprema. Per questo la troviamo nel Paradiso, perché non deve essere contaminato da energie basse.
San Bernardo non è solo chi ha scritto la regola, ma è colui che ha plasmato esotericamente i Templari. Non nascono certo per difendere i pellegrini in Terrasanta, in nove infatti potevano fare ben poco; ma avevano la missione di trovare degli oggetti esotericamente importanti e per questo motivo furono incaricati di andare al Tempio. Cercarono l’Arca dell’alleanza, la testa di San Giovanni Battista e molto altro.
Come Dante vede Inferno, Purgatorio e Paradiso in chiave iniziatica?
Secondo me li ha visitati davvero, nel senso che con un viaggio astrale probabilmente lui ha effettuato questo percorso, e probabilmente è stato il viaggio astrale più interessante della storia dell’umanità.
In genere gli iniziati hanno il cosiddetto segreto iniziatico, e proprio per questo motivo non parlano di Dante svelandone i principali segreti. Tu invece perché ne parli? Non sei tenuto al segreto iniziatico?
Personalmente credo sia il momento di divulgare il più possibile e che il segreto iniziatico debba essere molto ridimensionato. Credo addirittura che la missione del vero iniziato, oggi, in cui i tempi sono molto cambiati, debba addirittura essere capovolta rispetto al passato, cioè essere quella di cercare di innalzare il livello sapienziale delle masse, per quanto possibile, buttando sempre più sassolini per permettere a chi vuole di fare delle ricerche.
Dante parla spesso di un cinquecentodieci e quinque, 515, che libererà l’umanità. Sai cos’è? Cosa rappresenta? E cosa rappresenta il 666? Teniamo conto che nella Divina Commedia le profezie dantesche sono tutte collocate, con precisione matematica, a 515 o 666 versi di distanza l’una dall’altra.
Io penso che questo 515 arriverà verso il 2020. Ma questo numero rappresenta anche la riunificazione; noi siamo tutti in potenza parti di Dio, particelle divine, e il 515 rappresenta la riunione di noi stessi col divino. Il 666 invece è il numero della Bestia dell’Apocalisse, ma ricordiamoci anche che l’Apocalisse è la Rivelazione.
Se Dante fu il successore segreto di Jacques De Molay, chi fu il successore di Dante?
Gherarduccio dei Gherardini, antenato di John Fitzgerald Kennedy. Ecco perché questo legame tra Dante e i Templari. Sto scrivendo un libro su questo, “Dal rogo all’ermellino”, ovverosia la trasformazione dei Templari dalla clandestinità all’affermazione di nuovi ordini.
Che rapporto c’è tra Dante e i Catari, e tra Templari e Catari?
Catari e Templari sono fratelli, nel senso che condividevano una stessa visione gnostica della spiritualità, solo che i Templari non potevano esternarlo ufficialmente come i Catari, essendo formalmente riconosciuti dalla Chiesa.
Ma il legame spirituale dei Templari va oltre il catarismo, e oltre il sufismo; occorre cercare anche oltre, basti pensare che San Bernardo era un druido e anche quella è, quindi, una direzione spirituale da percorrere.
E che rapporto c’era tra Templari e Fedeli d’Amore?
I Fedeli d’Amore, quindi il gruppo di Cavalcanti, Brunetto Latini, ecc. erano i veritici templari, perché quello di “Fedele d’Amore” è il grado più alto dei Templari.
Fonte tratta dal sito .

lunedì 30 marzo 2026

Il Mostro di Firenze: quella piovra che si insinua nello stato.


Una strage di stato mai chiamata come tale.
Premessa.

Ho deciso di scrivere questo articolo dopo la vicenda del perito nella vicenda Moby Prince, sfuggito per miracolo alla morte; qualche giorno fa l’uomo, dopo essere stato narcotizzato da 4 persone incappucciate è stato poi messo in un auto a cui hanno dato fuoco. Si è salvato per un pelo, essendosi risvegliato in tempo dal narcotico. L’incidente è identico a molti altri capitati a testimoni di processi importanti della storia d’Italia. Non tutti però sanno che gli stessi identici incidenti sono capitati a molti dei testimoni nella vicenda del mostro di Firenze.Nella vicenda del mostro di Firenze è stato scritto tanto. E i dubbi sono tanti. Pacciani era davvero colpevole? C’erano veramente dei mandanti che commissionavano gli omicidi? Pochi si sono occupati invece di un aspetto particolare di questa vicenda: i depistaggi, le coperture eccellenti, le morti sospette
La vicenda del mostro, in effetti, per anni è stata considerata come un giallo in cui occorreva trovare il serial killer. In realtà la vicenda può essere guardata da una prospettiva assolutamente diversa, cioè quella tipica di tutte le stragi di stato italiane: l’ostinato occultamento delle prove affinché non si giunga alla verità, grazie al coinvolgimento della massoneria e dei servizi segreti; l’inefficienza degli apparati statali nel reprimere queste situazioni; l’impreparazione culturale quando si tratta di affrontare questioni che esulano da un nomale omicidio o rapina in banca e si toccano temi esoterici.Ripercorriamo quindi le tappe della vicenda per poi trarre le nostre conclusioni. Con la dovuta avvertenza che il nostro articolo non è volto a individuare nuove piste; non vogliamo discutere se Pacciani fosse o no colpevole, se il mostro fosse uno solo o fosse un gruppo organizzato, se dietro ai delitti del mostro ci sia la Rosa Rossa, come si è ipotizzato, o altre sette sataniche. Vogliamo analizzare la cosa dal punto di vista prettamente giuridico, evidenziando alcuni dati che nessuno finora ha abbastanza trattato.Il processo Pacciani.
Dal 1968 al 1985 vengono uccise otto coppie di giovani nelle campagne di Firenze. In 4 di questi duplici omicidi vengono prelevate delle parti di cadavere, seni e pube in particolare. Ricordiamoci questo particolare del pube, perché lo riprenderemo in seguito.

La vera e propria caccia al mostro comincia dopo il terzo omicidio, quando si capisce che dietro ad essi c’è la stessa mano.
Dopo errori giudiziari, e vicende varie, si arriva all’incriminazione di Pietro Pacciani nel 1994.
Appare chiaro che Pacciani è colpevole, o perlomeno che è gravemente coinvolto in questi omicidi. Gli indizi infatti sono gravi, precisi e concordanti: in particolare lo inchiodano il ritrovamento di un bossolo di pistola nel suo giardino, inequivocabilmente proveniente dalla pistola del mostro (una beretta calibro 22); l’asta guidamolla della pistola del Mostro, inviata agli investigatori avvolta in un pezzo di panno identico a quello poi trovato in casa Pacciani; e soprattutto un portasapone e un blocco da disegno, di marca tedesca, che verrà riconosciuto come appartenente alla coppia tedesca uccisa dal mostro. C’era poi un biglietto trovato in casa sua, con scritto “coppia” e un numero di targa corrispondente a quello di una coppia uccisa. Le intercettazioni telefoniche ed ambientali poi fecero il resto, mostrando che Pacciani mentiva, celando agli investigatori diverse cose importanti.

Eppure il processo fa acqua da tutte le parti. Tante cose, troppe, non quadrano in quel processo. Non quadra il movente, perché Pacciani – benché violento e benché in passato avesse già ucciso, per giunta con modalità che a tratti ricordano quelle di alcuni delitti – non sembra il ritratto del serial killer. Non quadrano alcuni particolari (ad esempio le perizie stabiliranno che l’uomo che ha sparato doveva essere alto almeno un metro e ottanta, mentre Pacciani è alto molto meno. Inoltre durante il processo alcuni dei suoi amici mentono palesemente per coprirlo, sembrando quasi colludere con lui. Perché mentono?

In primo grado Pacciani verrà condannato. In secondo grado verrà assolto.
L’impianto accusatorio, in effetti, era abbastanza fragile. Però proprio il giorno prima della sentenza di secondo grado, la procura di Firenze riesce a trovare nuovi testimoni (quattro) che inchiodano Pacciani e soprattutto riescono a spiegare il motivo di alcune incongruenze. Due di questi testimoni sono infatti complici di Pacciani e, autoaccusandosi, svelano che in realtà quei delitti erano commessi in gruppo.
Ma la Corte di appello di Firenze decide di non sentire questi testimoni, e assolve Pacciani. La sentenza verrà annullata dalla Cassazione, ma nel frattempo Pacciani muore in circostanze poco chiare. Apparentemente muore di infarto, ma Giuttari, il commissario che segue le indagini per la procura di Firenze, sospetta un omicidio.

Il caso Narducci.
Nel 2002 l’indagine sul mostro si riapre, ma a Perugia. Per capire come e perché si riapre però dobbiamo fare un passo indietro.
Il 13 ottobre del 1985 viene trovato nel lago Trasimeno il corpo di un giovane medico perugino, Francesco Narducci. Il caso viene archiviato come un suicidio, anche se la moglie non crede a questa versione dei fatti. E sono in molti a non crederlo. Anzi, da subito alcuni giornali ipotizzano un coinvolgimento del Narducci nei fatti di Firenze.
Nel 2002 la procura di Perugia, intercettando per caso alcune telefonate, sospetta che il medico Perugino sia stato assassinato e fa riesumare il cadavere.
Il cadavere riesumato ha abiti diversi rispetto a quelli indossati dal cadavere nel 1985. Altri, numerosi e gravi indizi, nonché le testimonianze della gente che quel giorno era presente al ritrovamento, portano a ritenere che il cadavere ripescato allora non fosse quello di Narducci, e che solo in un secondo tempo sia stata riposta la salma del vero Narducci al posto giusto. Indagando sul caso, il PM di Perugia, Mignini, scopre che il giorno del ritrovamento le procedure per la tumulazione furono irregolari; che quel giorno sul molo convogliarono diverse autorità, tutte iscritte alla massoneria, come del resto era iscritto alla massoneria il padre del medico morto e il medico stesso. E si scopre che il Narducci era probabilmente coinvolto negli omicidi del mostro di Firenze. Anzi, forse era proprio lui che, in alcune occasioni, asportò le parti di cadavere.
Le indagini portano ad ipotizzare una pluralità di mandanti coinvolti negli omicidi del mostro, che commissionavano questi omicidi per poi utilizzare le parti di cadavere per alcuni riti satanici.
In particolare, il Lotti confessa che questi omicidi venivano pagati da un medico. E con un accertamento sulle finanza di Pacciani verranno trovati capitali per centinaia di milioni, di provenienza assolutamente inspiegabile.

Vengono mandati 4 avvisi di garanzia a 4 persone, tra cui il farmacista di San Casciano Calamandrei, un medico e un avvocato, che sarebbero i mandanti dei delitti del mostro di Firenze.

Mentre per occultamento di cadavere, sviamento di indagini e altri reati minori (che inevitabilmente andranno in prescrizione) vengono rinviate a giudizio il padre di Ugo Narducci, e i fratelli di Francesco; il questore di Perugia Francesco Trio, il colonnello dei carabinieri Di Carlo, l’ispettore Napoleoni, l’avvocato Fabio Dean e molti altri, quasi tutti iscritti alla stessa loggia massonica, la Bellucci di Perugia, e alcuni di essi, compreso il padre di Narducci, collegati addirittura alla P2. Appartengono alla P2 Narducci, il questore Trio, mentre l’avvocato Fabio Dean è il figlio dell’avvocato Dean, uno dei legali di Gelli.

Depistaggi e coperture eccellenti.
In questa vicenda sono presenti ancora una volta i servizi segreti e i loro depistaggi, nonché tutte le mosse tipiche che vengono attuate quando occorre depistare.
In pratica l’indagine conosce una prima fase, che arriva fino al processo di appello di Pacciani, in cui essa scorre senza problematiche particolari, tranne ovviamente quella tipica di ogni indagine, e cioè l’individuazione dei colpevoli.
Ma appena si apre la pista dei mandanti si scatena un vero inferno.
Anzitutto lo screditamento degli inquirenti, che vengono derisi, sminuiti; vengono continuamente sottolineati gli errori fatti da costoro (come se fosse semplice condurre un indagine del genere senza commetterne); la procura fiorentina viene spesso presentata dai giornali come una procura che vuole a tutti i costi incastrare degli innocenti; Giuttari viene presentato come uno che vuole farsi pubblicità; un pazzo che crede alla folle pista satanista; quando il commissario è vicino alla verità lo si isola, oppure si cerca di trasferirlo con una meritata promozione (che però metterebbe in crisi tutta l’inchiesta).
Più volte giornali e televisioni annunceranno scoop fantastici tesi a demolire il lavoro di anni della procura di Firenze, e di Perugia.
Alcuni giornalisti che ipotizzano il collegamento massoneria – delitti del mostro – sette sataniche vengono querelati anche se le querele verranno poi ritirate.
Vengono fatte indagini parallele e non ufficiali di cui non vengono informati gli inquirenti. Il PM Mignini scopre che dopo l’ultimo delitto del mostro la polizia di Perugia aveva indagato su Narducci e sul mostro, e ciò risulta dai prospetti di lavoro, datati 10 settembre 1985. Ma di queste indagini non viene avvisata la procura di Firenze.
Ma in compenso anche i carabinieri, per non essere da meno, fanno le loro indagini parallele di cui non informano gli inquirenti.
Alcuni carabinieri confidano che anni prima avevano fatto un’irruzione nell’appartamento fiorentino del Narducci per trovare le parti di cadavere che il Narduci teneva nell’appartamento, ma che erano stati “preceduti”. Anche di questi fatti la procura di Firenze non viene informata. Queste indagini parallele erano coordinate a Perugia dall’ispettore Napoleoni, che pare agisse addirittura all’insaputa del suo diretto superiore Speroni (così scrive Licciardi nel suo libro)
Su Narducci c’era un fascicolo da tempo, ma il fascicolo venne smarrito, e ritrovato dopo anni privo di varie parti.
Così come scomparvero misteriosamente molti reperti che erano stato acquisiti durante le indagini, come la famosa pietra a forma di piramide trovata sulla scena di uno dei delitti.
Non manca poi – stando alla ricostruzione di Giuttari nel suo libro – anche il procuratore capo di Firenze, Nannucci (che è sempre stato contrario all’indagine sui mandanti) che avvisa un indagato, il giornalista Mario Spezi, dell’imminente indagine; questo fatto verrà segnalato alla procura di Genova che però archivierà la posizione del procuratore.
Infine, ci sono gli immancabili depistaggi dei servizi segreti deviati. Il Sisde aveva già dai tempi del terzo delitto preparato un dossier che ipotizzava che non fosse coinvolto un solo serial Killer, ma i componenti di una setta satanica che agivano in gruppo, e ciò appariva evidente da alcuni particolari della scena del delitto. Ma questo dossier – che porta la data del 1980 – non viene mai consegnato agli inquirenti di Firenze.
Il dossier era firmato da Francesco Bruno, consulente del Sisde.
In totale, sono tre gli studi commissionati dal Sisde che si persero misteriosamente per strada e non arrivarono mai sulle scrivanie degli inquirenti fiorentini. Guarda caso proprio quei dossier che ricostruivano la pista dei mandanti plurimi e delle messe nere.
Ma qualche anno dopo Francesco Bruno, intervistato, sosterrà che a suo parere il serial Killer è un mostro isolato, ancora in libertà.

Morti sospette.
Ci sono poi le solite morti sospette tipiche di tutte le grosse vicende giudiziarie italiane. Una vera strage, in realtà. O meglio, una strage nella strage. La prima morte sospetta è quella del medico Perugino trovato morto nel lago Trasimeno. Poi la morte di Pacciani per la quale la procura di Firenze apre un fascicolo per omicidio.
E poi la solita mattanza di testimoni.
Elisabetta Ciabiani, una ragazza di venti anni che aveva lavorato nell’albergo dove Narducci e la sua loggia massonica si riunivano e che aveva rivelato al suo psicologo, Maurizio Antonello (fondatore dell’Associazione per la ricerca e l’informazione delle sette) il nome di alcuni mandanti del mostro e aveva rivelato il coinvolgimento della Rosa Rossa nei delitti: Elisabetta verrà trovata uccisa a colpi di coltello, compresa una coltellata al pube, ma il caso venne archiviato come suicidio. Mentre lo psicologo Maurizio Antonello verrà trovato “suicidato”, impiccato al parapetto della sua casa di campagna.
Renato Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, l’amante di Pacciani, che viene trovato impiccato, ma con i piedi che toccano per terra; uno degli innumerevoli casi di suicidi in ginocchio, che non fanno certo l’onore delle nostre forze di polizia subito pronte ad archiviare il caso come suicidio nonostante l’evidenza dei fatti.
Francesco Vinci e Angelo Vargiu, sospettati di essere tra i compagni di merende di Pacciani (il primo è anche amante di Milva Malatesta) trovati morti carbonizzati nell’auto.
Anna Milva Mattei, anche lei bruciata in auto.
Claudio Pitocchi, morto per un incidente di moto, che sbanda ed esce di strada all’improvviso, senza cause apparenti. Anche questa è una modalità che troviamo in tutte le vicende italiane in cui sono coinvolti servizi segreti e massoneria: Ustica, soprattutto, e poi nel caso Clementina Forleo, di cui ci siamo già occupati.
Milva Malatesta e il suo figlio Mirko, anche loro trovati carbonizzati nell’auto; una fine curiosamente simile a quella che volevano far fare al perito del Moby Prince poche settimane fa. La stessa tecnica. Così come la tecnica dei suicidi in ginocchio è identica a quella dei morti di Ustica e di tutte le altre stragi che hanno insanguinato l’Italia. Tecniche identiche, che fanno ipotizzare una firma unica: quella dei servizi segreti deviati.
Rolf Reineke, che aveva visto una delle coppiette uccise poche ore prima della loro morte, che muore di infarto nel 1983.
Domenico, un fruttivendolo di Prato che scompare nel nulla nell’agosto del 1994 e venne considerato un caso di lupara bianca.
E poi ce ne sono tanti altri. C’è il caso di tre prostitute, una suicidatasi, e due accoltellate, che avevano avuto rapporti a vario titolo con i compagni di merende, e chissà quanti alltri di cui si non si saprà mai nulla.
Un discorso a parte va fatto per Luciano Petrini. Consulente informatico, nel 1996 avvicinò una persona (anche lei testimone al processo) Gabriella Pasquali Carlizzi, dandogli alcune informazioni sul mostro e mostrando di sapere molto su questa vicenda; ma il 9 maggio fu ucciso nel suo bagno, colpito ripetutamente con un porta asciugamani a cui tolsero la guarnizione per renderla più tagliente. Nella casa non compaiono segni di scasso o effrazione. Conclusioni: omicidio gay. Nessuno prende in considerazione altre piste. Nessuno prende in considerazione – soprattutto – l’ipotesi più evidente: Petrini aveva svolto consulenza nel caso Ustica, sul suicidio del colonnello dell’aereonautica Mario Ferraro, quel Mario Ferraro che venne trovato impiccato al portasciugamani del bagno. Ma il fatto che sia stato ucciso – guarda caso – proprio con un portasciugamani, non induce a sospettare di nulla. Omicidio gay!?!?

Conclusioni
La verità sul mostro di Firenze non si saprà mai. Non si sapranno mai i nomi dei mandanti, perlomeno non di tutti.
In realtà, in questa vicenda molte cose sono chiare, molto più chiare di quanto non sembri a prima vista. Leggendo attentamente i fatti e i documenti è possibile farsi un’idea della vicenda, e delle motivazioni che spingono alcune delle persone coinvolte. Ma non è mio intendimento fare ipotesi, smontare tesi o costruirle. Non mi interessa poi così tanto capire se Pacciani era il vero mostro o fu solo incastrato. Se Narducci era il mostro, o se erano altri. Se Pietro Toni, il procuratore che chiese l’assoluzione di Pacciani e definì“aria fritta” l’ipotesi dei mandanti sia in mala fede oppure se gli sia sfuggito un “leggerissimo” particolare: che una simile mattanza di testimoni e di occultamenti presuppone un’organizzazione dietro tutto questo. E che a fronte dei depistaggi, delle sparizioni di fascicoli, dei tentativi di insabbiamento, l’ipotesi del mandante isolato diventa fantascientifica, perché in tal caso si impone di presupporre che tutti gli investigatori che si sono occupati delle vicende del mostro siano impazziti o si siano messi d’accordo per fregare Pacciani e gli altri e che tutti i testimoni siano morti per delle coincidenze.

Atteniamoci quindi ad un dato di fatto.
Quando in un indagine importante compare il binomio massoneria – servizi segreti, questo binomio indica che sono coinvolti dei mandanti eccellenti, al di là di ogni immaginazione. Ancora una volta la massoneria deviata riesce a mostrare tutta la sua forza, riuscendo a tacitare ogni tipo di delitti, purché siano coinvolte persone a loro legate. Non solo colpi di stato, stragi e altro, ma addirittura delitti come quelli del Mostro di Firenze. Il che porta a concludere che anche i morti legati alla vicenda Mostro di Firenze, che non sono solo le sedici vittime ufficiali, ma anche tutte le altre (i testimoni soppressi brutalmente e gli omicidi non individuati ufficialmente) possono essere considerati una strage di stato. L’ennesima strage compiuta con la connivenza di pezzi dello stato, resa possibile sia dalle complicità ad alto livello, sia dall’ignoranza degli organi investigativi, dalla loro impreparazione riguardo al modus operandi e alla struttura delle logge massoniche deviate e in particolare delle sette sataniche.
Ancora una volta viene in evidenza poi la totale inutilità delle norme giuridiche e processuali. Finché un PM che avvisa un indagato commetterà un reato minimo; finché l’occultamento di prove o di un fascicolo agli inquirenti, subirà un pena minima, destinata tra l’altro ad andare in prescrizione; finché l’operato dei servizi segreti rimarrà sempre impunito in nome del cosiddetto segreto di stato; finché il tempo massimo per le indagini preliminari, anche in reati così complessi, continueranno ad essere due anni; finché avremo questo sistema, insomma, la macchina giudiziaria sarà sempre paralizzata nel perseguimento di questo tipo di delitti, cioè i delitti che vedono coinvolti, a vario titolo, i colletti bianchi nel coprirsi a vicenda i reati da ciascuno di loro commessi.

Finisco questo articolo riportando le parole di un mio amico di infanzia, ufficiale dei carabinieri di un paese della Toscana. Mi ha detto: “Certo Paolo che dietro ai delitti del mostro di Firenze ci sono alcune sette sataniche legate a logge deviate della massoneria. I fatti di Perugia parlano chiaro. Noi spesso sappiamo chi sono e cosa fanno certi personaggi. Ma abbiamo l’ordine di non indagare. Vedi… Un tempo, se toccavi il tasto mafia – politica e indagavi su questo filone, o scrivevi un pezzo di giornale, morivi. Oggi la politica ha capito che è inutile uccidere per questo, perché i magistrati si possono trasferire, i reati vanno in prescrizione… insomma ci sono altri mezzi per insabbiare un’inchiesta. Ma il tasto delle sette sataniche, e dei coinvolgimenti eccellenti in queste sette, non si può toccare, altrimenti si muore. Pensa che ogni anno, in Italia, spariscono migliaia di bambini. Oltre ai dati ufficiali della polizia di stato, ce ne sono molti altri, Rom, immigrati clandestini, ecc. che non compaiono nelle statistiche. E questi bambini finiscono nel circuito delle sette sataniche, che sono collegate spesso al circuito dei sadici e pedofili, che pagano cifre astronomiche per video ove i bambini muoiono veramente”. E mi ha anche detto i nomi di alcune persone coinvolte, tra l’altro chiaramente ricavabili dal fatto di essere proprietarie dei luoghi in cui si svolgevano questi riti.
Questo mio amico non sapeva, all’epoca, che ero coinvolto anche io in vicende che riguardavano la massoneria deviata e raccontò queste cose con tranquillità, davanti alla mia fidanzata dell’epoca, mentre eravamo seduti in un bar. Tempo dopo, quando lo venne a sapere, e gli feci delle domande, negò di avermi mai dato quelle informazioni.
Ma, lo ripeto, quello che importa non sono i nomi. Non è se Tizio o Caio sia coinvolto, e in che cosa sia coinvolto. Anche perché il singolo nome talvolta può essere il frutto di un errore, di un tentativo di screditare qualcuno. E francamente a me non è questo che fa paura.
Ciò che fa paura è la vastità delle connivenze; il fatto che per delitti di questa gravità ed efferatezza ci possano essere coperture eccellenti e che la macchina della giustizia sia paralizzata. Il fatto che gli organi investigativi siano impreparati quando si affrontano vicende che sfiorano l’esoterismo e i servizi segreti deviati.
Eppure la vicenda del Mostro di Firenze dovrebbe interessare tutti, non solo gli amanti dei gialli, dell’horror e dell’esoterismo. 18 vittime ufficiali che potevano essere nostri amici, nostri partner, o potevamo essere noi; decine di vittime nella mattanza dei testimoni e delle persone coinvolte; centinaia di famiglie inconsapevoli coinvolte nella vicenda, che escono distrutte, alcune perché vittime del mostro, altre perché sospettate di essere familiari di un mostro. Il vero mostro in questa vicenda, non è solo chi ha ucciso ma anche tutte le persone che hanno coperto la verità, che in virtù dei loro legami con la massoneria deviata o con pezzi deviati dello stato hanno coperto, colluso, e taciuto. Il vero mostro è la massoneria deviata, che come una piovra si è insinuata in tutti i punti vitali dello stato. Il mostro di Firenze è solo uno dei suoi tentacoli.

Bibliografia
Se molti in questi anni hanno cercato di nascondere la verità, è anche vero che, come dice un detto famoso, la verità non si può nascondere per sempre. Per chi vuole cercarla e capire segnaliamo due testi.

Michele Giuttari, Il mostro anatomia di un indagine, BUR.
Una cosa che mi colpisce leggendo il libro di Giuttari è che quando parla dei depistaggi e degli occultamenti vari non nomina mai la massoneria. Parla di un “partito avverso”. Anche se, leggendo, non è difficile intuire cosa sia questo partito avverso, non si capisce se la cosa sia voluta o casuale.

Questi legami vengono descritti meglio nel libro:
Luca Cardinalini, Pietro Licciardi, La strana morte del dottor Narducci, ed. Deriveapprodi.
L’idea del titolo non è nostra, ma di Piero Licciardi; è lui che definisce il Mostro di Firenze “una piovra che si insinua nello stato”.

Fonte tratta dal sito .


domenica 29 marzo 2026

Il Mostro di Firenze. La storia.

 Il Mostro di Firenze. Storia dell’idiozia dei mass media dal 1968 ad oggi.

1. Premessa. 2. La storia “riservata” del Mostro di Firenze. 3. I delitti collaterali. 4. Il silenzio dei reticenti. 5. Alcuni dei personaggi coinvolti. 6. I libri misteriosi e i film. 7. Le conclusioni dei non complottisti. 8. Le conclusioni dei complottisti. 9. Bibliografia.
 
1. Premessa.
Questo è l’ennesimo articolo sul mostro di Firenze. Ma è un articolo diverso, perché è una ricostruzione dell’intera vicenda attraverso particolari poco conosciuti. La ricostruzione è stata possibile grazie all’immenso lavoro effettuato da Gabriella Carlizzi con il suo ultimo lavoro, “Il Mostro a Firenze”, che raccoglie nei primi quattro volumi la cronologia degli articoli di giornale apparsi sui quotidiani dal 1974 ad oggi.
E’ possibile riscrivere così una storia diversa da quelle ufficiali, che è in realtà la storia di oltre 35 anni di bugie, balle mediatiche, omissioni, depistaggi.
E’ soprattutto la storia di una realtà che spesso abbiamo sotto gli occhi ma che è troppo atroce per essere vista.
L’articolo è purtroppo molto lungo, perché è il riassunto di ben 41 anni di storia giudiziaria, su un caso che desta ancora clamore e discussioni.
Premettiamo inoltre che la lettura dell’articolo presuppone una minima conoscenza dei fatti di questa vicenda, perché daremo per scontate le cose principali.
Chi sa poco o niente delle vicende del Mostro può consultare la voce omonima di Wikipedia:

http://it.wikipedia.org/wiki/Mostro_di_Firenze

2. La storia “riservata” del Mostro di Firenze.

La storia del mostro di Firenze inizia in realtà prima del delitto del 1968. Inizia, per la precisione, il 14 agosto del ’68 quando a Pratica di mare venne ucciso un militare di guardia all’aeroporto e gli venne rubata una Beretta calibro 22. Il militare viene ucciso, sgozzato con un taglio netto alla gola che parte da un orecchio e arriva fino all’altro. Un lavoro da professionisti insomma, da persone abituate e addestrate ad uccidere; persone sicure di farla franca anche di fronte all’esercito.
Su un evento di gravità tale da poter scatenare una guerra, ad un certo punto cala – perlomeno mediaticamente – il silenzio, e pochi notano che una settimana dopo verranno uccisi con una Beretta calibro 22 Barbara Locci e Antonio Lo Bianco.
E l’episodio non verrà sottolineato a sufficienza.

Come è noto, al cosiddetto Mostro di Firenze vengono attribuiti 7 (o 8, a seconda delle versioni), duplici omicidi. Chi uccide infierisce sempre sui cadaveri, con le escissioni di parti anatomiche, o con un alto numero di coltellate. Ad esempio su una delle vittime vennero trovate 96 coltellate.
Bene.
L’ipotesi che giornalisti, esperti, criminologi, ecc. fanno immediatamente è che l’assassino uccida le coppie e poi se ne torni bello tranquillo a casa. “Potrebbe essere uno di noi” “Potrebbe essere uno qualunque, anche il nostro vicino di casa” “Una persona insospettabile che vive con la madre”. Queste e altre idiozie simili vengono propinate dai giornali, ignorando che se uno vivesse con la madre non potrebbe tornarsene tranquillamente a casa imbrattato di sangue dalla testa ai piedi col rischio di essere scoperto.
Dovrebbe essere evidente a tutti, infatti, che è impossibile per chiunque dare 96 coltellate ad una persona senza ritrovarsi cosparsi da un lago di sangue. A meno che l’assassino non giri con una doccia portatile appresso, e sia solito lavarsi subito dopo i delitti.

Quindi, se il killer esiste, occorrerebbe ipotizzare che viva in campagna, completamente isolato, e che probabilmente abbia due automobili: una che usa per andare in giro ad ammazzare coppiette, e una per la vita ordinaria, perché dopo gli omicidi deve necessariamente aver imbrattato l’auto di sangue e per lui sarebbe impossibile non essere scoperto.

Fin dagli anni ’80 molti ipotizzano che siano usate due armi e che gli assassini siano più di due, ma questa ipotesi verrà perlopiù scartata nella maggior parte delle ricostruzioni ufficiali, per un bel po’ di anni. Solo dopo il processo Pacciani, si inzierà a parlare di una banda. Eppure di elementi per capire che gli assassini erano più di uno ce ne sono: dal fatto che sul terreno non ci fosse segno di trascinamento (quindi l’assassino doveva avere una forza erculea, oppure – sarebbe stata la soluzione più logica – i cadaveri erano stati trasportati da più di una persona); dal fatto che il sangue sulla scena del delitto risulta essere poco, rispetto a quello che dovrebbe esserci.
Anche le escissioni sembrano provocate con tecniche diverse, tanto da far ipotizzare due gruppi diversi di persone che agiscono con modalità simili, ma non identiche (La Nazione, 1.10.2002).

Nel giugno 1981 viene arrestato un guardone, Enzo Spalletti, che aveva senz’altro assistito al delitto ma si rifiuta di parlare e di dire quello che sa. Sorvoliamo sul significato esoterico dell’auto e del suo numero di targa (Taunus rossa targata 669906; difficile capire poi, il motivo per cui i giornali riportano il numero di targa; che rilevanza ha?). Il fratello racconterà che parlando con un amico guardone, anche lui presente alla scena del delitto, questi gli disse “se non sto zitto mi fanno fare la fine di tuo fratello” (La Nazione, 26.10.1981).
Nessuno si fa la domanda: ma chi è che potrebbe avere il potere di incutere tanta paura a qualcuno? Quale motivo ha Spalletti di preferire la galera piuttosto che dire tutto ciò che ha visto?
E’ ovvio che lui è coinvolto, oppure che sa qualcosa di così tremendo da non sentirsi protetto neanche dalla polizia.
Ma nessuno fa caso a questo particolare.

“Sa, ma non parla per paura. Teme per la sua vita e la mia”, è una frase che dirà anche Natalino Mele, il figlio di uno dei sardi accusati del primo delitto del 1968.

Non solo. Ma anche il maresciallo Minoliti dichiarò a Spezi di aver paura (“Dolci colline di sangue”, pag. 204). Di cosa dovrebbe aver paura un maresciallo dei carabinieri? Di un killer isolato?

La sera dell’omicidio di Susanna Cambi e Stefano Baldi qualcuno telefonò a casa Cambi dicendo che voleva parlare della ragazza ma la linea si guastò (La Nazione, 27.10.1981).
Un episodio inquietante su cui nessuno si sofferma.
Difficile pensare ad un guasto casuale.
Inoltre, se l’assassino aveva scelto le vittime a caso, non poteva sapere il numero di telefono. Quindi la domanda è: chi e perché telefonava, e perché qualcuno volle interrompere questa telefonata?

Tantopiù che, parlando di telefoni, anche la sera di uno degli altri delitti, secondo la ricostruzione di un autista dell’ambulanza, le linee nella zona erano tutte interrotte e rimasero fuori gioco per circa due ore.
Anche qui è difficile pensare ad una coincidenza.
E’ possibile invece che qualcuno sapesse del delitto, e che questo qualcuno avesse il potere di utilizzare i telefoni come meglio crede.
Ma nessuno nota il particolare, e se lo nota, non lo colloca nella luce giusta.

Le prime tre vittime hanno caratteristiche somatiche identiche. Qualcuno ipotizza che le vittime non siano state scelte a caso (La Nazione, 28.10.1981) e tale ipotesi verrà confermata in seguito, perché in più di un caso le vittime erano state seguite nei giorni procedenti, e spiate.

Nel settembre 1985 viene recapitato un lembo di pelle di una delle vittime al magistrato Silvia Della Monica. La notizia doveva restare segreta ma viene divulgata.
Da chi? Perché?

Dopo l’ultimo delitto poi compare una notizia assurda. I giornali titolano: Errore del Mostro, la sera del delitto era stato dato l’ordine a tutti i casellanti dell’autostrada di annotare i numeri di targa. I giornali quindi specificano che a causa di questo errore il mostro potrebbe essere incastrato.
In una parola: i giornali bruciano così una strategia investigativa, divulgando quello che doveva essere un segreto.
Perché? Come mai tanta leggerezza a fronte di una vicenda così delicata?
L’articolo, firmato da Mario Spezi il 29 settembre 1985, può portare a due conseguenze:
1) se il Mostro è davvero un killer isolato così bravo e così in gamba, ne approfitterà per scomparire o prendere le contromisure;
2) se invece i delitti sono compiuti da un’organizzazione, l’articolo è destinato a indicare il complice scomodo da eliminare.

Delle due possibilità si verifica la seconda.

Dopo pochi giorni, il 13 ottobre del 1985, infatti verrà trovato nel lago Trasimeno il cadavere di Francesco Narducci, che la sera dell’ultimo delitto pare che fosse passato, guarda caso, proprio dall’autostrada.
Il caso Narducci scoppia sul serio però solo nel 2002.
La storia è nota. Narducci, medico perugino, aveva una casa in affitto a San Casciano, pare addirittura nella residenza del Principe Corsini; pare inoltre che avesse una casa al lago in cui custodiva i feticci. La procura perugina accerterà che era coinvolto nei delitti del Mostro di Firenze e che fosse lui il medico (o uno dei medici) che pagava Pacciani per farsi dare i feticci (Il messaggero, 25.1.2004). “Francesco mi confidò che faceva parte di una setta satanica, quella dei delitti, e che lui era il custode dei feticci”, dichiara un testimone.
Senza scendere nei particolari, chi ha seguito il caso Narducci sa che il giovane medico non annegò affatto, come si sostenne in un primo tempo, ma venne in realtà strangolato.
Ora, se è vero che Narducci confidò di essere il custode dei feticci, si capisce anche il perché sia stato strangolato; probabilmente infatti più che strangolato sarà stato “impiccato” perché quella è la fine che fanno i traditori (Giuda, e Pier della Vigna nella Divina Commedia, come giustamente indica il romanziere Thomas Harris nel suo libro “Hannibal”).
O forse, a ucciderlo fu l’articolo di Spezi che per forza di cose lo aveva “bruciato”.
E’ noto che le indagini su Narducci furono ostacolate da vari fattori, tra cui la scomparsa di tutti i registri che lo riguardavano nell’ospedale in cui lavorava, e i depistaggi operati da persone delle forze dell’ordine, avvocati, ecc…, che vennero rinviate a giudizio dal PM Mignini per depistaggio.
Si scoprirà che segnalazioni su Narducci erano state fatte agli inquirenti già dai primi anni ’80.

Su La Nazione, nel luglio 2002, compare la notizia che due delle vittime del primo delitto (Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini) frequentavano maghi. Verranno fuori notizie analoghe anche per altri ragazzi. Addirittura pare che la coppia francese uccisa nell’ultimo delitto fosse andata in vacanza a Firenze proprio per praticare riti esoterici nella zona di San Casciano.
Tempo dopo verrà fuori che alcuni di questi ragazzi frequentavano un mago, tal Salvatore Indovino. Frequentato anche da Pacciani e altri.
Qui c’è un particolare importantissimo che nessuno ha notato (ad eccezione del commissario Giuttari che lo riporta nel suo libro “Il mostro, anatomia di un indagine”).
Salvatore Indovino prescriveva filtri d’amore per legare la persona amata e la prescrizione prevedeva che la persona che si rivolgeva a lui dovesse rivelare in anticipo il giorno e l’ora in cui costui avrebbe portato la persona amata in un posto in aperta campagna. In altre parole: Salvatore Indovino sapeva in anticipo, quindi, dove sarebbero andati i ragazzi.
Bene. Attenzione ora… nessuno fa questo collegamento: le coppie erano state spiate e individuate nei giorni precedenti (e non scelte a caso come si ipotizzava); a Pacciani durante una perquisizione fu trovato un biglietto con scritto “coppia”; Salvatore Indovino sapeva in anticipo le abitudini sessuali della coppia e il posto dove queste si sarebbero appartate. E’ quindi ipotizzabile che fosse proprio tramite Salvatore Indovino che venissero individuate le coppie da uccidere.
Ma purtroppo Salvatore Indovino muore (manco a dirlo, per cause naturali) poco tempo dopo l’ultimo delitto del Mostro. Quindi non potrà più essere interrogato. Muore cioè proprio la persona che potrebbe essere il collegamento tra il livello inferiore e quello superiore del gruppo di assassini che infestava la campagna fiorentina in quegli anni.
E ai giornali, questo collegamento sfugge.
Peraltro, in questa ottica potrebbero trovare spiegazione alcune frasi all’epoca incomprensibili e a cui né giornali né investigatori avevano dato il giusto peso. Pacciani, ad esempio, dopo l’omicidio di Pia Rontini e Claudio Stefanacci, in un bar fu sentito mentre diceva “hanno avuto quel che si meritavano” (Gente, 26.2.2005). La frase si potrebbe spiegare, se calata in un contesto in cui le vittime erano state prescelte da prima, per essersi rivolte a Salvatore Indovino.

Il 24 giugno 2002 (giorno di San Giovanni, patrono della Rosa Rossa), qualcuno mutila dei cadaveri nella Cappella del Commiato a Firenze. Si ipotizza, per le modalità dell’evento, che sia stato il Mostro che ha voluto lanciare un messaggio agli inquirenti. Nei giorni successivi vengono sfregiate altre salme.
Guardia di Finanza, polizia municipale, e vigilantes, ipotizzando che verranno profanate ancora altre salme e che la questione costituisca una specie di sfida agli inquirenti, preparano un’operazione congiunta e si appostano nella cappella, con sofisticate apparecchiature elettroniche ad infrarossi. Nonostante sul posto ci sia uno spiegamento di forze tale da poter affrontare una guerra, e che tali forze siano dotate tecnologicamente delle più avanzate apparecchiature, verso le tre di notte per un guasto di zona alla corrente, per circa un’ora le apparecchiature cessano di funzionare; al mattino si scopre che sono state profanate altre salme e che il profanatore è riuscito a farla in barba a tutte le forze di polizia.
Su La Nazione si fa un’ipotesi geniale: “Forse non è una coincidenza”.
Massimo Picozzi, criminologo che si è occupato anche del caso Cogne, afferma che non si possa parlare di rituali satanici: è una persona disturbata o forse, “qualcuno che vuole sollevare fumo” (giornale dell’Umbria, 6.7.2002). “Del resto, aggiunge il criminologo, pensare alla pista satanica è diventata una moda; anche per Cogne è venuta fuori questa tesi”.
In altre parole, secondo il criminologo, abbiamo una persona che vuole sollevare fumo, e che si diverte a sfidare la polizia, e ha anche la fortuna di agire proprio nei minuti in cui c’è un black out elettrico nella zona.

E’ noto che Pacciani entrò nel mirino dell’inchiesta subito dopo l’ultimo delitto. Ed è storia nota quella degli indizi pro o contro ecc… Non ci soffermeremo quindi su particolari ormai noti a tutti. Ci soffermiamo invece su alcuni punti poco indagati, su alcune domande che pochi si sono fatti, e su alcuni particolari non molto evidenziati.
Chi inviò agli inquirenti la famosa asta portamolla, avvolta in un pezzo di straccio che risultò essere compatibile con un altro straccio trovato a casa di Pacciani?
E perché?
Chi aveva interesse ad incastrarlo?
Quali ragioni spingevano questa persona? Ragioni di giustizia? O altro?

Sempre nel 2001 entra in scena “l’ombra dei servizi” (Il Messaggero 6.9.2001), che verranno accusati di depistare le indagini. Il commissario Giuttari farà indagini e perquisizioni anche a carico di persone che lavorano nei servizi segreti.
Si scoprirà che la pista esoterica era già stata tenuta presente dai servizi segreti, che avevano stilato un rapporto, mai consegnato alla procura. E si arriverà a sospettare che “proprio i servizi segreti abbiano pagato il pool di avvocati e investigatori che per anni hanno lavorato per dimostrare l’innocenza di Pacciani” (Corriere della Sera, 6.9.2001).
D’altronde anche lo stesso Pacciani aveva detto “il vero Mostro è a Roma e lavora per i servizi”.

13.4.2004. Su La Nazione esce la notizia, per bocca dell’avvocato Fioravanti, legale di Pacciani, che i delitti erano stati commessi da un’organizzazione che era dietro anche ad altri delitti di dimensioni nazionali, come Piazza della Loggia e la strage di Bologna, e quella dei treni. La stessa identica, precisa, tesi che si ritrova nel libro “Cui prodest”, uscito da poche settimane e in vendita on line.Anche Mario Spezi, uno dei giornalisti che si sono occupati più di tutti di questi delitti, viene indagato sia per depistaggio, sia, addirittura, per essere tra i mandanti (Il messaggero, 8.12.2005); si ipotizza che si fosse messo d’accordo con altre persone per far ritrovare alcuni indizi in una villa toscana, Villa Bibbiani, e quindi per depistare le indagini; Spezi verrà incarcerato ma poi verrà rilasciato (dopo 22 giorni di detenzione) e verrà assolto. Durante la carcerazione, la moglie Miriam dirà: “Ho paura, chi lo vuole in cella è più potente di lui” (Libero, 30.4.2006).Nel 2006 le indagini arrivano ad una comunità Toscana. “Un detenuto racconta di una super loggia massonica e pedofila che avrebbe ordinato di compiere gli omicidi di Firenze” (La Nazione, 28.4.2006). Si parla addirittura della commissione dei delitti della Uno bianca, e di quelli del famoso Mostro di Foligno.
Il nome di questa comunità (Il Forteto) è quasi introvabile sui giornali.
Nulla si è più saputo dell’indagine su questa comunità, che continua ad operare indisturbata; e nulla si saprà di Rizzuto, la persona che farà queste rivelazioni (e che accuserà anche Mario Spezi). E’ vivo o morto? Mistero.
A un certo punto compare la notizia che le indagini avessero sfiorato addirittura persone che in gioventù erano state frequentate dal procuratore Nannucci (quello che volle il trasferimento di Giuttari e che fu denunciato dalla procura di Perugia, che a sua volta fu denunciata dalla procura di Firenze). (Repubblica, 6.5.2006).Più o meno nel 2001 compare nei verbali e sulla scena mediatica l’organizzazione della Rosa Rossa. Per qualche tempo ne parlano un po’ tutti i giornali. Ad un certo punto cala il silenzio e a parlare di questa organizzazione rimane solo Gabriella Carlizzi. Nessuno approfondisce, eppure esistono in commercio numerosi libri e se qualcuno si fosse preso la briga di approfondire avrebbe scoperto che la Rosa Rossa è un ramo della Golden Dawn (Alba d’Oro), l’organizzazione esoterica più potente al mondo; tale organizzazione a sua volta è nata all’interno dei Rosa Croce, organizzazione occulta cui apparteneva nientemeno che Dante Alighieri.
Quindi si scoprirebbero particolari interessanti ovverosia che:
per l’alfabeto ebraico il Tau è il numero 22 (il calibro della pallottola che uccise le vittime) e significa Croce, ma anche Rosa. Quindi il calibro della pallottola è una delle firme dell’organizzazione.
La famosa Villa entrata nel mirino dell’inchiesta sta in una via che ora non citeremo, ma significativa anche essa, a pochi passi da Via Dante e Via delle Rose.

 

Il corpo di Narducci fu portato su un molo del lago Trasimeno accanto alla cooperativa “Alba”.
Si scoprirebbero tante cose, insomma, ma chiunque si avvicina o vuole parlare della Rosa Rossa fa una brutta fine.
Giuseppe Cosco, che per primo individua la Golden Dawn anche dietro ai delitti di Jack lo Squartatore, morirà proprio in una calda giornata di maggio di pochi anni fa, nel mese delle rose.
Maurizio Antonello morirà impiccato.
Elisabetta Ciabani che sapeva alcune cose sulla Rosa Rossa e voleva parlare, ed era in cura da Maurizio Antonello, morirà con delle coltellate sul pube (ma la cosa verrà archiviata come suicidio).

Infine, l’epilogo di questi giorni.
La Carlizzi, mentre scriviamo queste righe, lotta contro un tumore.
In realtà non è il tumore il suo problema principale, quanto il fatto che qualcuno ha cercato di ucciderla. I medici hanno sbagliato diagnosi, dosi dei medicinali, e altro ancora. Qualche giorno fa, gli fu fatta una flebo di potassio; per fortuna Gabriella ebbe una felice intuizione e si tolse la flebo; dopodiché ha effettuato delle analisi e i valori di potassio nel sangue erano risultati normali. Conclusione: se non si fosse tolta la flebo sarebbe morta per eccesso di potassio.
Anche la dose di chemioterapia che le hanno somministrato è risultata eccessiva per il suo stato di salute, e se non avesse interrotto lei la cura sarebbe morta per la chemioterapia.
Curata da un professore il cui nome richiama proprio la rosa, all’ospedale dove era ricoverata risultavano in cura, nello stesso giorno, sette Gabriella Carlizzi (sette!!!) con la sua stessa data di nascita.
Ora, per fortuna, Gabriella pare aver ripreso in mano la situazione e io sono convinto che nei prossimi giorni anche il suo tumore potrebbe risultare inesistente perché è possibile che anche le diagnosi siano state volutamente sbagliate.
In altre parole, è stato orchestrato un complotto per ucciderla in modo da far passare la cosa come una “morte naturale”.

E la tecnica di uccisione di persone scomode tramite false diagnosi di tumore (oppure facendo venire tumori a persone sane) ricorre anche agli atti della commissione P2, come abbiamo detto nel nostro articolo “Come uccidere un uomo senza lasciare traccia”.

 

 

3. I delitti collaterali.

Poi ci sono i delitti collaterali, la falcidia di testimoni e persone collegate alla vicenda del Mostro di cui ci siamo occupati nell’articolo “Il Mostro di Firenze: quella piovra che si insinua nello stato”:
http://petalidiloto.com/2007/12/il-mostro-di-firenze-quella-piovra-che.html

Nell’agosto del 1984 viene ucciso il Principe Corsini, la cui residenza è a poche centinaia di metri da quella Villa a San Casciano Val di Pesa che dopo qualche tempo entrò nel mirino dell’inchiesta. Il bracconiere che confesserà il delitto dirà che gli è partito un colpo per sbaglio mentre fuggiva inseguito dal principe…. Per combinazione lo centrò in piena faccia. “Sono caduto a terra e dal fucile è partito un colpo” (La Nazione, 26.8.1984).
Come è caduto? “Inciampando in una zolla”.
Una spiegazione ridicola ma a cui tutti paiono credere, in special modo giornalisti come Spezi.
Curiosamente il bracconiere si chiama Marco Parigi e la coppia assassinata dopo pochi giorni (l’ultima, della serie dei delitti del Mostro) sarà proprio una coppia francese.
A Villa Corsini entrarono degli sconosciuti pochi giorni dopo, nonostante la villa fosse sorvegliata; qualcuno dice si trattasse di ladri ma non in realtà non venne portato via nulla. E nessuno capì il perché di quell’irruzione.Nell’ottobre 2001 viene trovata una donna nelle vicinanze di San Casciano, morta, uccisa con una calibro 22 e con una rosa rossa nella vagina (Il Tirreno, 24 e 25.1.2001). Accanto al suo corpo dei cerchi concentrici simili a quelli trovati sui luoghi delle vittime del mostro.Gabriella Ghiribelli, la teste Gamma, che si spegne a 51 anni per morte naturale, ma i giornali dimenticano che a 51 anni non è naturale morire senza una ragione. A meno che per cause naturali non volessero intendere che chiunque si occupa della vicenda “Mostro” è destinato a morire per cause naturali.Una serie di morti sospette l’abbiamo fatto nel nostro primo articolo sulla vicenda del Mostro, ovverosia: Il Mostro di Firenze, quella piovra che si insinua nello stato.
4. Il silenzio dei reticenti.
Poi ci sono i silenzi dei giornali, le domande non fatte, le inspiegabili omissioni. Ad esempio. A un certo punto spunta il nome di colui che – pare – inviò l’asta guidamolla in forma anonima agli investigatori. Si chiama Giovanni Spinoso ed è un giornalista RAI che è sposato con la sorella di una delle vittime del mostro.
La notizia sarebbe importante ma nessuno pare occuparsi dei seguenti problemi: perché ha inviato l’asta in forma anonima senza una regolare denuncia? Dove e come si è procurato il panno proveniente dalla casa di Pacciani con cui era avvolta l’asta portamolla? E soprattutto, se sapeva dove era la pistola, perché non ha consegnato l’oggetto ai magistrati, anziché la sola asta portamolla (pezzo che, peraltro, non può essere collegato con sicurezza alla Beretta calibro 22 usata negli omicidi, ma che potrebbe provenire da qualsiasi pistola?).
Come mai questa notizia pare non interessare nessuno?Nel 2001 si inizia a parlare di filmati. Esisterebbero le prove filmate dei delitti del Mostro. Per un po’ i giornali ne parleranno, poi ad un certo punto non se ne parla più (Il giornale dell’Umbria, 20.8.2004). Eppure, pare che in questi filmati siano state effettuate le riprese dei delitti del Mostro.
Nessuno si interessa più ad una prova che potrebbe essere decisiva o, in alternativa, smascherare e sbugiardare come depistatore chi dice di esserseli procurati (Gabriella Carlizzi).
Sarebbe un’occasione unica per coloro che affermano che la Carlizzi si inventa degli scoop inesistenti, invece niente… tutti se ne dimenticano.I giornali (e i libri dei vari “mostrologi”, Spezi, Filastò, Marazzita, ecc…) paiono interessarsi a particolari del tipo “il quadro di Pacciani”, il numero di libri scritti da Giuttari, l’accanimento del PM Mignini su determinate piste, la genuinità o meno della prova X o Y. Esemplare in tal senso è il libro di Mario Spezi “Dolci colline di sangue”, dove l’unico particolare interessante che si produce è la storia relativa al bossolo di pallottola trovato nell’orto di Pacciani, che fu trovato con modalità tali da destare diversi sospetti; pare che addirittura il maresciallo Minoliti avesse fortissimi dubbi sulla genuinità di questa prova; e tuttavia perdendosi in particolari di questo tipo si perde di vista l’insieme e non ci si dedica mai a problemi ancora più gravi come il ruolo dei servizi nella vicenda, oppure ci si dimentica di occuparsi di chi, e perché, ha fatto tutta quella strage nel corso degli anni.
Inoltre ci si dimentica di particolari secondari ma pur sempre importanti; ad esempio:
il legale di pacciani, Fioravanti, fu oggetto di minacce, e addirittura di un’aggressione al figlio 24enne (Corriere dell’Umbria, 30.11.2005). Chi e perché aveva interesse ad aggredirlo?
Di chi o cosa aveva paura Spalletti, tanto da preferire il carcere?
A cosa allude la moglie di Spezi dicendo che chi vuole in carcere Spezi è più potente di lui? Dal momento che dietro al Mostro di Firenze, secondo la singolare tesi del marito, ci sarebbe un mostro isolato, è un po’ difficile che si possa avere paura di un uomo solo.
Chi irruppe negli uffici del Gides perquisendo illegalmente la sede?
Chi mise sotto controllo illegale la telefonia dell’ufficio di Giuttari?
Chi fece sparire il fascicolo relativo a Francesco Vinci e all’omicidio del 68?
Chi fece sparire il biglietto con cui si invitavano i magistrati a rivedere il processo contro Stefano Mele?
E chi e perché non fece distruggere le prove (i bossoli) relativi a quell’omicidio, che vennero trovati intatti nonostante la legge preveda che debbano essere distrutti?
5. Alcuni dei personaggi coinvolti.

Di volta in volta verranno indagati e/o accusati per qualcosa che ha a che fare con la vicenda del Mostro:- Alberto Bevilacqua, indagato come mandante; il suo caso verrà archiviato e qualche tempo dopo dichiarerà in un’intervista al Gazzettino (8.4.2005) che la sua vicenda era dovuta al fatto di essersi occupato di cose scomode. “Inviato dal direttore di Panorama andai a indagare sui luoghi del mostro di Firenze. E scoprii che non poteva essere stata una sola persona a fare quegli scempi. Scoprii il segno di una rosa rossa, di diabolica connivenza…”

– il giornalista Mario Spezi, anche lui viene indagato non solo per depistaggio, ma addirittura per essere tra i mandanti (Il messaggero, 8.12.2005); si ipotizza che si fosse messo d’accordo con altre persone per far ritrovare alcuni indizi in una villa toscana, Villa Bibbiani, per depistare le indagini; la tesi è stata ripresa da uno dei nostri articoli:

http://petalidiloto.com/2011/02/mostro-di-firenze-il-terzo-livello.html

– lo scrittore americano Douglas Preston, indagato insieme a Spezi (e che con lui scrisse il libro Dolci colline di sangue); assolto.

– il noto dottore Giulio Zucconi (che ovviamente morì di infarto nel 1989); anche la moglie, Ines Pietrasanta, venne indagata per essere coinvolta nei delitti del Mostro (Panorama, 2.12.2004).

– il fratello del dottore, ambasciatore, accusato di depistaggio.

– Gian Eugenio Jacchia, ortopedico di origini padovane;

– Achille Sertoli, un medico professore di dermatologia a Firenze;

– Francesco Bruno (il criminologo che lavorava e lavora per i servizi onnipresente in tutti i delitti della Rosa Rossa, da Cogne a Meredith a Garlasco, che ha sempre sostenuto la pista del Killer isolato); costui verrà accusato di depistare, e inoltre è il medico che prescrive i farmaci a Pacciani, che verrà trovato morto (forse per delle prescrizioni mediche errate); va precisato però che nella trasmissione Porta a Porta del 26.10.2001 verrà dichiarato ufficialmente sia da Bruno che da Giuttari (che perteciparono alla trasmissione) che Bruno compare nell’indagine solo come testimone, non come indagato.

– un funzionario di polizia (Osvaldo Pecoraro).

– Carmelo Lavorino, famosissimo criminologo, fervente sostenitore dell’ipotesi “Pacciani innocente”, che viene accusato di essere colui che ha inviato delle lettere anonime, indicando come Mostro di Firenze nientemeno che Pier Luigi Vigna. Lavorino verrà assolto.

Da notare che anche il magistrato Vigna verrà accusato di depistaggio.
E il suo accusatore verrà arrestato per calunnia.

La tesi è stata avanzata anche da noi, in questo sito, nell’articolo Il mostro di Firenze il terzo livello, (http://petalidiloto.com/2011/02/mostro-di-firenze-il-terzo-livello.html) ma, oltre a Lavorino, anche Francesco Bruno, in questo video, dà un chiaro messaggio in tal senso.



Curiosamente, di molti dei nomi delle persone indagate per la vicenda, addirittura di alcune delle persone sotto processo insieme a Calamandrei, non c’è traccia.
Sarà impossibile sapere dai giornali chi è il famoso avvocato coinvolto insieme a Calamandrei e accusato di essere uno dei mandanti dei delitti. Eppure la posizione di questo misterioso avvocato sarebbe fondamentale; perché sua moglie (Emilia A., nei giornali compaiono solo le iniziali) denunciò il marito (per averlo sentito dire “sono il mostro” e per altri particolari), e il Gides appurò che la moglie aveva affittato una casa a Calenzano proprio alla famiglia Cambi (La Nazione, 16.12.2004).
Due pesi e due misure quindi (Calamandrei dato in pasto ai giornali, l’avvocato invece protetto rigorosamente dalla privacy) di cui non si capisce la ragione.

 

6. I libri misteriosi e i film.

Poi c’è il “mistero dei libri”.

Thomas Harris scrive nel 1988 “Il Silenzio degli innocenti”. Nella sua cella Hannibal ha un disegno di Firenze e dirà alla protagonista di aver mangiato un fegato umano, bevendoci un “buon Chianti”. E San Casciano, la patria dei compagni di merende è, appunto, nel Chianti.
Una coincidenza inquietante.
Successivamente scriverà il romanzo “Hannibal” dove il protagonista Hannibal Lecter che, guarda caso, è un esperto di Dante, uccide il commissario Pazzi, che nel romanzo è il commissario che indagava sul Mostro di Firenze. Sembra quasi un messaggio a Giuttari che dica: “sei pazzo ad indagare”.
E Hannibal terrà una conferenza a Firenze, parlando dell’impiccagione, e della fine che fanno i traditori, facendo riferimento a Giuda e a Pier della Vigna.

Tra l’altro nessuno ha mai notato che il riferimento a Pier della Vigna rimanda sinistramente ad uno dei personaggi dell’indagine, Pier Luigi Vigna, il magistrato che si è occupato del caso per molti anni, insieme a Canessa.
In sostanza il libro sembra diretto a tutti i titolari dell’inchiesta e non solo a Giuttari.
E il libro si chiude con questa frase che, di per sé, non c’entra nulla col romanzo, ma il cui significato è chiaro: “occorre fermarci qui, se vogliamo continuare a vivere”. Dal libro Hannibal viene tratto un film in cui compare una variante; Hannibal regala alla moglie del commissario Pazzi non uno spartito, ma il primo sonetto della “Vita Nova” di Dante.
Sonetto con cui Dante si rivolge ai Fedeli d’Amore (il gruppo esoterico di cui faceva parte) e il cui verso iniziale è:
A ciascun’alma presa e gentil core

Una delle due vittime del primo delitto del Mostro si chiamava Pasquale Gentilcore.

Poi c’è il libro “Coniglio il martedì”, di Aurelio Mattei. Mattei è un dipendente dei servizi segreti, che ha il suo studio insieme al criminologo Francesco Bruno. Molto tempo prima che si conoscesse la pista dei mandanti, il libro parla di un misterioso omicida che uccide le sue vittime lasciando sul cadavere una rosa rossa.

Risultò che Francesco Bruno aveva compilato un dossier già negli anni ottanta in cui la pista esoterica era stata indicata, e tale dossier non venne mai consegnato alla magistratura; nonostante ciò Bruno insiste ufficialmente a parlare di killer isolato.
Il libro “Coniglio il martedì” è un messaggio a uno degli inquirenti, per costringerlo a fermarsi. In qualunque caso, anticipa alcuni degli scenari che sarebbero venuti fuori solo successivamente.
Poi abbiamo il film di Benigni “Il Mostro”. Il film è del 1994, quando ancora ufficialmente la Rosa Rossa non era mai stata nominata. Eppure nel film il proprietario della casa in cui abita il protagonista si chiama Roccarotta.
Il film uscì nelle sale il 22 ottobre del 1994, cioè 13 anni esatti dopo l’omicidio di Susanna Cambi e Stefano Baldi, uccisi a Calenzano il 22 ottobre del 1981.
Nonostante Benigni sia proprio di Calenzano, non si è accorto della macabra coincidenza.
E nonostante sia un esperto di Dante, non si è mai accorto che la Divina Commedia è un’immensa epopea Rosacrociana, ove nel paradiso i santi sono assisi sul trono in forma di Candida Rosa.
Forse è tutto una coincidenza.

Ma forse il film è un messaggio. A mio parere è il segnale del cambiamento, l’ordine alla stampa di cambiare atteggiamento e iniziare a deridere gli inquirenti (la data di uscita è infatti esattamente tredici anni dopo l’omicidio, e il 13 è il numero della morte e del cambiamento; e la vittima si chiama Cambi; quindi a mio parere è un messaggio in codice in tal senso).Ora, di recente, è uscito il libro “Cui Prodest”, di Alessandro Bartolomeoli. Ho parlato personalmente con l’autore. Dice che non sapeva nulla del mio blog né conosceva la Carlizzi. Però l’autore doveva conoscere molto bene i giornali dell’epoca, perché la sua tesi, quella del collegamento tra i delitti del Mostro e la strage di Bologna e Piazza della Loggia è identica alla tesi del legale di Pacciani, Fioravanti. E nel romanzo c’è scritto chiaramente che il libro si ispira alla realtà.
7. Le conclusioni dei non complottisti.
A fronte di questi fatti, la tesi del serial killer è semplicemente demenziale.
In sostanza la tesi sarebbe questa:
Esiste un individuo abilissimo, bravo nel maneggiare le armi ed esperto in tagli di pubi e seni, che ogni tanto, di notte, se ne è andato in giro per campagne toscane uccidendo coppiette.
Non è solo abilissimo ma anche fortunatissimo, perché compiere delitti del genere significa sporcarsi di sangue dalla testa ai piedi; ma lui dopo gli omicidi è salito in auto, sporcando tutta la macchina, si presume, ma è riuscito sempre a tornare a casa senza che nessuno lo fermasse o lo vedesse.
Inoltre, oltre ad essere un tipo fortunato, deve essere velocissimo a muoversi in ogni parte d’Italia per uccidere testimoni, personaggi scomodi, ecc… In alternativa si potrebbe pensare che sia un mago, che riesce sempre a far morire di cause naturali coloro che in qualche modo potrebbero dare importanti informazioni alla polizia.
Inoltre questo tipo deve avere un aspetto terribile; perché riesce a terrorizzare anche i testimoni oculari al delitto, come Spalletti, o come Vinci, i quali dichiarano che non parlano per paura. Quindi, bisogna dedurre, questo maniaco ha anche il dono di attraversare i muri e potrebbe uccidere qualcuno in una cella (Spalletti era in cella, infatti, quando non parlava per paura).
Sempre perché è un tipo particolarmente fortunato, le linee telefoniche e l’elettricità vanno in tilt proprio quando lui sta per agire.
Spedisce lettere anonime ai magistrati con lembi di pelle, bossoli, ecc., e gli va sempre bene.
Essendo poi un gran burlone, organizza lo scherzo della Cappella del Commiato, e anche lì ha la fortuna di agire proprio durante i black out di corrente riuscendo a farla in barba al Gico.Ovviamente, in tal caso ci sarebbe da dire che gli investigatori che si sono occupati del caso, da Canessa a Giuttari a Mignini, sono degli incapaci che non avendo nulla da fare tutto il giorno e probabilmente anche annoiandosi un po’, invece di organizzare partite a tennis si dedicano all’arresto e/o all’indagine di personaggi come questori, poliziotti, avvocati, magistrati, giornalisti, ecc… E al fine di trovare un capro espiatorio, un bel giorno si sono messi d’accordo e hanno incastrato Pacciani che era un agnelluccio, pagando i testimoni contro di lui e orchestrando le prove.
Non paghi di aver incastrato solo Pacciani, hanno deciso di incastrare anche Vanni, Lotti, Calamandrei e compagnia bella. Qualcuno è finito in galera, qualcuno no.
Peraltro, divertendosi un mondo ad accusare a destra e a manca, un giorno hanno deciso di indagare anche persone legate ai servizi segreti; in altre parole, a Giuttari piace il rischio e ama sfidare la morte, quindi decide di ficcare il naso nel settore più pericoloso che esista.
Ci sarebbe da domandarsi, se questa è la versione ufficiale, come mai gli investigatori in questione non siano mai stato internati in un ospedale psichiatrico.

8. Le conclusioni dei complottisti.
Invece, per noi complottisti, le conclusioni sono queste.
I delitti del Mostro di Firenze erano compiuti da gruppi di persone in cui esisteva un nucleo comune e uno variabile; Pacciani, Vanni, Lotti, erano gli esecutori; ma di volta in volta – e a seconda dei casi – compaiono sulla scena anche Narducci, nonché altri personaggi di volta in volta coinvolti nell’inchiesta. Le vittime venivano dapprima ferite, poi venivano portate altrove (probabilmente in una villa nelle vicinanze) dove venivano uccise secondo un rito prestabilito. Poi venivano riportate sul luogo del delitto, il che spiega la mancanza di sangue, la mancata presenza dei segni di trascinamento, ecc…
Le vittime venivano individuate in vari modi ma uno è probabilmente questo: quando finivano nel giro di Salvatore Indovino, questi come filtro d’amore prescriveva di indicargli il giorno l’ora e in luogo in cui la coppia si sarebbe appartata per fare l’amore.
In tal modo la coppia veniva scelta.
Ad un certo punto l’organizzazione decide di sacrificare “Pacciani” che sia per il suo nome, sia per il suo ruolo, era già predestinato a questo. Ecco spiegato come mai giunge l’asta portamolla e come e perché viene ritrovato il bossolo nell’orto di Pacciani.
Quando però l’intuito di Giuttari arriva a individuare i mandanti l’inchiesta si ferma; la Rosa Rossa schiera in campo il suo esercito di scrittori, giornalisti, magistrati, ecc… e tutto finisce in un gran caos in cui tutti accusano tutti, tutti indagano su tutti, e ciascuno accusa l’altro di depistaggio, ignoranza e protagonismo.
Giuttari decide di scrivere romanzi e affida alla penna il suo lavoro, per diversi motivi. Primo, perché capisce che l’organizzazione è troppo potente per essere sconfitta per via giudiziaria.
Secondo, perché altrimenti farebbe la fine del commissario Pazzi in Hannibal.
Terzo, perché il terreno di scontro della Rosa Rossa è quello mediatico; tale organizzazione infatti parla attraverso messaggi in codice, libri, romanzi, film, giornali, ecc… Il dialogo con l’organizzazione prosegue non per via giudiziaria, ma con i loro stessi mezzi di comunicazione.
In uno dei tanti libri sul Mostro si legge che il mostro è un killer isolato, un lavoratore dipendente, un tipo normale…. “Deludente? La realtà dell’uomo supera sempre la fantasia, e un maniaco scaltro tanto da poter programmare in anticipo i propri delitti mi intriga molto di più…”
Questa ricostruzione viene da Mario Spezi, uno che, appunto, è stato accusato di essere uno dei mandanti di questi delitti.
La verità è che se la tesi di un’organizzazione chiamata Rosa Rossa è di fantasia, quella del killer isolato è talmente ridicola che al confronto anche la tesi di un complotto dei puffi potrebbe reggere con pari dignità.

 

 

9 Bibliografia.
La ricostruzione sintetica di questi anni è stata possibile grazie all’immenso lavoro di ricostruzione cronologica dei giornali effettuata da Gabriella Carlizzi nel suo recente lavoro “Il Mostro a Firenze”, Mond&editori srl).
Mi sono ovviamente avvalso anche dell’interessantissimo libro di Giuttari “Il mostro, anatomia di un’indagine”, e del libro “Dolci colline di sangue” di Mario Spezi.

Uno dei libri più completi, ma brevi al tempo stesso, per chi voglia farsi un’idea della vicenda è quello di Massimo Polidoro, “Cronaca nera”, ed. Piemme. Il libro definisce “deliri che non potrebbero andare bene nemmeno per un horror di serie B”, le tesi esoteriche della Rosa Rossa, ma nonostante questo limite intellettuale è uno dei libri più completi di dati e avvenimenti. L’autore infatti ha il pregio di riportare anche le tesi da lui ritenute deliranti dimostrando obiettività e intelligenza.

Preciso che il fatto di aver detto che qualcuno è stato accusato di aver depistato o di essere tra i mandanti, non significa che lo ritenga coinvolto.
Chi segue questo blog sa che anche io, tempo fa, venni accusato insieme a Fabio Piselli di aver depistato l’indagine e a quanto pare mi beccai una denuncia, poi ritirata, da Gabriella Carlizzi, che accusò me e Fabio di aver addirittura occultato prove riguardo ai feticci del Mostro di Firenze.
E’ una legge del contrappasso che chi si occupi del Mostro, venga prima o poi accusato di essere il Mostro o di aver inquinato le indagini.

 

 

In questo sito v. anche:

Il mostro di Firenze, quella piovra che si insinua nello stato

http://petalidiloto.com/2007/12/il-mostro-di-firenze-quella-piovra-che.html

 

Il mostro di Firenze. Una nuova ipotesi sul movente

http://petalidiloto.com/2009/11/il-mostro-di-firenze-una-nuova-ipotesi.html

 

Il mostro di Firenze: il terzo livello

http://petalidiloto.com/2011/02/mostro-di-firenze-il-terzo-livello.html

 

 

PS. La vicenda del Forteto ha avuto poi notevoli sviluppi, a livello sia giudiziario che politico.

Fonte tratta dal sito .


Satanismo e potere, da Charles Manson a Michael Jackson

  Prima Parte Pubblichiamo questo articolo tratto dal sito  Libreidee :  http://www.libreidee.org/2017/11/satanismo-e-potere-da-charles-mans...