domenica 22 febbraio 2026

L’omicidio di Luigi Tenco.

 


La morte di Luigi Tenco è stata definita (sul sito Misteri d’Italia) una delle indagini più demenziali e pasticciate mai svolte in Italia.

Presentato, come molti altri casi simili, sotto veste di suicidio, è in realtà un palese omicidio.

Anzitutto una prima stranezza riguarda il foro d’entrata; la stranezza sta nel fatto che un calibro 7.65 a contatto, avrebbe spappolato il cranio e non fatto un semplice buco. L’altra cosa strana è che quel foro d’entrata non presenta micro-bruciature tipiche di un colpo d’arma da fuoco sparato a contatto (il suicida solitamente appoggia la pistola ponendola a contatto con la pelle).
Sono state trovate residui di polvere da sparo sulla tempia destra, ma sulla mano che avrebbe sparato è stato trovato solo antimonio, di fatto rendendo il guanto di paraffina negativo e non positivo come attestano gli esiti della riesumazione nella 2006.

Tenco si sarebbe sparato un colpo in testa, con una PPK 7.65 (ma altre fonti indicano una Beretta calibro 22), in una camera d’albergo (la 219), ma nessuno ha sentito niente.

Alcune foto (vedi il video) mostrano che sul volto di Tenco ci sono ferite lacero contuse. Come se fosse stato picchiato. Una è addirittura dietro la testa. Questo in contrasto con il rapporto della polizia (anche questo ricorda molto il caso Manca).

Gli organi di PG giunti sul posto portano il cadavere all’obitorio senza effettuare i rilievi di rito. Di conseguenza il cadavere sarà nuovamente trasferito nella stanza d’albergo. Particolare curioso: la camicia di Tenco è bianca, linda, e nel secondo trasporto scompare la macchia di sangue che compariva sulla camicia la prima volta. Come se qualcuno lo avesse rivestito per l’occasione.

Il corpo di Tenco risulta sporco di sabbia in più punti. La circostanza è apparentemente inspiegabile, visto che aveva passato la serata al ristorante con amici e poi – secondo le ricostruzioni – si sarebbe diretto subito in albergo.

E poi il solito balletto di incertezze sull’ora della morte, ad oggi mai appurata, sulla posizione del cadavere, l’autopsia mai fatta, la prova del guanto di paraffina non effettuato.
La solita storia. Il solito copione già visto in centinaia di casi, Cagliari, Gardini, Niki Aprile Gatti, Attilio Manca, di recente Stefano Anelli.

Infine.
Il biglietto lasciato da Tenco per spiegare la sua morte dice:
“Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io, tu e le rose” in finale e una commissione che seleziona “La Rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.

Il biglietto sarà giudicato autografo da una perizia, ma dopo oltre trenta anni (evidentemente i periti se la sono presa comoda e hanno analizzato una parola all’anno).
In realtà alcuni esperti che conoscevano Tenco sostengono che la firma sia falsa e, come potete vedere nel video, pare che il biglietto sia stato artefatto.
In effetti, comparando la firma del biglietto con quella del cantautore ne viene fuori un tratto completamente diverso.

Da notare poi che Arrigo Molinari, il questore che all’epoca dette la notizia del “suicidio” di Tenco, telefonò all’Ansa, prima di essere giunto a fare un sopralluogo personalmente. Insomma, aveva già appurato il suicidio, senza aver mai visto il cadavere. Per sentito dire cioè.

Concludiamo con le parole usate dall’autore del video: La verità è che Tenco è stato ucciso sulla spiaggia e poi riportato nella stanza 219 dell’Hotel Savoy, ecco perché nessuno ha udito il colpo di pistola, ecco perché il corpo è stato immediatamente portato in obitorio e poi ritrasportato in camera (era improbabile come omicida), ecco perché gli hanno cambiato la camicia (era sporca di sabbia), ecco perché gli hanno nascosto i piedi sotto il cassettone (era necessario per non far vedere la sabbia sulle scarpe). In conclusione: quello di Tenco è stato un omicidio.

Resterebbe da capire il perché dell’omicidio. Il cosiddetto movente.
Al riguardo può essere utile ricordare che secondo l’esperto di servizi segreti Aldo Giannuli, Tenco era stato indicato in una lista del Sifar come persona scomoda e sovversiva.
Uno contro il sistema, insomma. Da eliminare. Come Rino Gaetano, come De Andrè, come Pasolini, come tanti altri di cui ancora neanche si sospetta che siano morti per altri motivi rispetto a quelli che le versioni ufficiali ci hanno riportato.

Aggiungo una nota finale. Il biglietto è stato artefatto non a caso, perché comparissero quelle “rose” nella giustificazione della morte; rose, che, unite alla data della morte, 27.1.1967 (la cui somma fa 33), danno la firma della Rosa Rossa. —————————————————————Nota finale.

Per approfondire il caso Tenco:

http://luigitenco60s.forumfree.it/?t=26753305

Fonte tratta dal sito .

sabato 21 febbraio 2026

Che fine fanno i bambini che scompaiono. Parte 2


 Segnaliamo, a complemento, approfondimento, e ulteriore spunto di riflessione, rispetto al nostro articolo di qualche anno fa, “Che fine fanno i 100.000 bambini all’anno che scopaiono?” e  Sacrifici umani: testimonianze di sopravvissuti una serie di articoli recenti di Gianni Lannes relativi alla scomparsa di bambini nel mondo.

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2015/12/scomparsi-piu-di-6-mila-bambini-in.html

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2015/12/anno-2015-assassinati-in-italia-5902.html#more

 

EDIT: I due link agli articoli del blog di Gianni Lannes non funzionano più: gli articoli sono stati rimossi, probabilmente da Lannes stesso. Potete comunque trovare altro materiale sull’argomento “bambini scomparsi” nel blog SU LA TESTA! di Gianni Lannes e nel suo libro inchiesta “Bambini a perdere”. Qui di seguito aggiungiamo l’intervista a Lannes andata in onda su Border Nights nel 2016.

Fonte tratta dal sito .




venerdì 20 febbraio 2026

I delitti della Valle d’Aosta


 Ultimamente in Valle d’Aosta succedono fatti strani, che potrebbero essere collegati tra di loro.

A fine gennaio di quest’anno viene arrestato il PM Pasquale Longarini, procuratore capo di Aosta: avrebbe convinto un albergatore (che stava indagando per fatture false e frode fiscale) ad acquistare fontina da un suo amico per 70mila euro. L’amico che Longarini avrebbe favorito con il maxi ordine di formaggio è Gerardo Cuomo, imprenditore legato alla ‘ndrangheta, anche lui indagato.
Ci sono diverse cose che non quadrano in questa vicenda. Sembra un’operazione come altre simili, attuata per colpire e incastrare qualcuno con un pretesto.

Longarini era il PM titolare dell’inchiesta sull’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi a Cogne, nel primo processo in cui Anna Maria Franzoni fu condannata. E viene arrestato proprio il 30 gennaio, giorno del delitto di Cogne di cui si era occupato.
In questa vicenda viene difeso dall’avvocato Claudio Soro, che nel processo di Cogne fu legale dei vicini di casa della Franzoni.
Inoltre Longarini fece anche inchieste su Augusto Rollandin, “padrone” della Valle d’Aosta da decenni.
Forse qualcuno ha voluto vendicarsi perché non era più “allineato” o perché non faceva più comodo.

Per quanto riguarda Gerardo Cuomo, esce sui giornali la notizia di una sua appartenenza alla massoneria. Strano che si sottolinei il fatto che era massone. Sembra più un messaggio per qualcuno, anche perché la notizia non viene ulteriormente approfondita.
Infine, è da notare il nome del sostituto procuratore di Milano a cui è affidata l’inchiesta: Roberto Pellicano, il simbolo dei Rosacroce…
Insomma, tutta la vicenda fa pensare a qualcos’altro dietro alle notizie che vengono rese pubbliche.

Un’altra caratteristica è la presenza forte della ‘ndrangheta.
Il 10 giugno viene arrestato in Brasile il boss latitante Vincenzo Macrì.
Lo stesso giorno, viene ucciso in Spagna Giuseppe Nirta, originario del paese calabrese di San Luca, già coinvolto nell’operazione Minotauro sulla ‘ndrangheta in Piemonte.
Il nome di Nirta era finito anche nell’ordinanza che il 30 gennaio aveva portato all’arresto del PM Longarini e di Gerardo Cuomo. Nirta era amico di Cuomo: lo frequentava ed era in affari con la sua ditta. Secondo l’ipotesi della procura di Milano, Longarini aveva informato Nirta e Cuomo di essere intercettati nell’ambito di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta in Valle d’Aosta.
La stampa spagnola parla di “uomini incappucciati” che hanno ucciso Giuseppe Nirta.

La mattina del 19 agosto, viene trovato un cadavere carbonizzato in un prato lungo la via Francigena, vicino al castello medievale di Fénis, a pochi chilometri da Aosta.
Apparentemente non c’entra nulla con le vicende di cui abbiamo scritto, ma invece potrebbe essere collegato.

C’è infatti una particolarità che viene messa in risalto dai media: al cadavere manca la mano sinistra.
In questo articolo di Repubblica si fa riferimento a una possibile “esecuzione mafiosa”, proprio per via di quella mano mancante. Il che rimanderebbe alla presenza della criminalità organizzata, in particolare della ‘ndrangheta, in Valle d’Aosta e nelle vicende di questi mesi. In realtà non si sa se la mano sia stata amputata in passato o se sia collegata alle circostanze della morte.

Ma oltre al rimando di stampo mafioso, la mano tagliata fa pensare anche al rito della “Mano di Gloria”, di cui abbiamo parlato alcuni anni fa analizzando i delitti rituali.
Tale rito viene citato da Arthur Edward Waite, grande esoterista del secolo scorso, uno dei gradi più alti della Golden Dawn e fondatore della Rosa Rossa. Ne “Il libro della magia cerimoniale”, Waite scrive: “Secondo Albertus Lucii Libellus, la mano della Gloria è indifferentemente la mano destra o sinistra di un criminale giustiziato. Il mago se la procurerà come può e… il criminale deve essere ucciso prima della sepoltura”.

Quindi, più che un delitto di mafia, l’omicidio di Fénis – paese che confina con Cogne – potrebbe essere un delitto esoterico-massonico. Oppure potrebbe essere entrambe le cose, dato che spesso in questi omicidi coesistono più interessi. E a nostro parere potrebbe essere collegato alle vicende della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta. Qualcuno sta lanciando diversi messaggi su più livelli, a quanto pare.

Un’ultima nota simbolica: il nome del paese dell’omicidio, Fénis, ricorda la Fenice, importante simbolo esoterico, spirituale e rosacrociano. Si dice che il Rosacroce “vive come il pellicano, muore come il cigno, e risorge come la fenice”. L’uomo probabilmente è stato ucciso altrove e in seguito è stato portato a Fénis: lì è stato dato alle fiamme. Abbiamo dunque un uomo a cui viene dato fuoco a Fénis-Fenice. E la Fenice, detta anche “uccello di fuoco”, brucia nelle fiamme e rinasce dalle proprie ceneri dopo la morte.

L’inchiesta sulla ‘ndrangheta, invece, è affidata al sostituto procuratore Roberto Pellicano. Abbiamo quindi i simboli rosacrociani del Pellicano e della Fenice che compaiono in queste due vicende. Potrebbe essere una conferma del legame tra i due casi anche dal punto di vista simbolico.

Il rito della Mano di Gloria:

http://paolofranceschetti.com/?p=810

Due approfondimenti sul ruolo della ‘ndrangheta e sui rapporti tra Longarini, Cuomo e Nirta:

http://www.giannibarbacetto.it/2017/02/01/5751/

http://www.aostasera.it/articoli/quellintreccio-di-rapporti-che-ha-portato-agli-arresti-di-longanini-e-cuomo

Aggiornamento del 29 agosto, una settimana dopo la pubblicazione dell’articolo:

– Negli stessi giorni in cui si parlava del delitto di Fénis, è uscita questa notizia. Molto strano che questi tre cadaveri, la cui morte risale a circa vent’anni fa, vengano trovati dopo tanto tempo proprio in questi giorni…

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/23/valle-daosta-avvistati-tre-cadaveri-su-un-ghiacciaio-del-monte-bianco-la-morte-risale-probabilmente-agli-anni-novanta/3812987/

– E continuano i casi legati alla Valle d’Aosta, stranamente tutti adesso e tutti che hanno un rilievo sulla stampa. L’uomo trovato morto in montagna era dirigente regionale ed ex sindaco di Gignod.

http://www.valledaostaglocal.it/2017/08/28/leggi-notizia/argomenti/cronaca-4/articolo/claudio-bredy-forse-uscito-da-sentiero-e-precipitato-per-oltre-300-metri.html

Questi due casi, come gli altri di cui parliamo nell’articolo, potrebbero anche non essere collegati tra di loro. Potrebbe essere solo una coincidenza o una suggestione. Ma è comunque insolito il fatto che avvengano (o vengano resi pubblici) tutti in questo periodo. Come insolita è la modalità nel dare le notizie, che fa pensare a un messaggio in codice per qualcuno.

Aggiungo un altro elemento che ero indecisa se inserire o meno in questo articolo. Avevo deciso di non inserirlo, per non mettere troppa carne al fuoco e per non mischiare fatti reali con collegamenti che possono apparire fantasiosi. Ma chi legge questo blog conosce il funzionamento dei messaggi in codice e l’utilizzo anche di film e televisione in questo sistema.

Lo scorso novembre è andata in onda su Rai2 la serie tv in 6 puntate “Rocco Schiavone”, tratta dai romanzi di Antonio Manzini, diretta da Michele Soavi e interpretata da Marco Giallini. Il protagonista è un vicequestore di polizia che viene trasferito da Roma ad Aosta per motivi disciplinari. Ad Aosta indaga su alcuni delitti e a un certo punto si ritrova anche ad indagare sulla presenza della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta: una presenza che si rivelerà molto più influente di quanto si possa pensare. Si scoprirà infatti una rete di potere molto più ampia rispetto a un semplice gruppo di ‘ndranghetisti: una rete di cui fanno parte personaggi importanti e potenti di Aosta, tra cui uomini delle istituzioni.
La trama è particolare e ci sono analogie con quanto sta succedendo in questo periodo in Valle d’Aosta. La vicenda della ‘ndrangheta e dell’arresto del PM Longarini è avvenuta a fine gennaio, soltanto due mesi dopo la messa in onda di “Rocco Schiavone”. Si potrebbe ribattere che è solo fiction e che si è trattato di una semplice coincidenza. Tuttavia, se è vero che ci sono molti film e telefilm a tematica mafiosa e sulla criminalità organizzata, non capita tutti i giorni di vedere una serie tv sulla presenza della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta. E’ una regione molto piccola, che arriva raramente alla ribalta nelle cronache, e che non viene scelta quasi mai come location per film e telefilm; tantomeno viene scelta come location per parlare di ‘ndrangheta.
Insomma, si tratta di un riferimento troppo particolare, come particolare è la tempistica degli avvenimenti reali, subito dopo la fiction. Potrebbe essere solo una coincidenza, ma è comunque un fatto curioso. Aggiungerei anche che la trama dei vari episodi ha delle analogie non solo con la vicenda della ‘ndrangheta, ma anche con alcuni dei casi presi in esame in questo articolo, ad esempio con i morti in alta montagna.

Fonte tratta dal sito .

giovedì 19 febbraio 2026

Ilaria Alpi: l’omicidio di una giornalista scomoda

 Questo articolo era stato originariamente scritto ad aprile 2015 per la rivista “Orione Magazine”. Lo pubblichiamo ora sul blog, in occasione del 23° anniversario della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Nel frattempo, in questi due anni, ci sono stati degli sviluppi riguardo alcuni fatti riportati nell’articolo: il 19 ottobre 2016 Hashi Omar Hassan, il somalo condannato per l’omicidio, è stato assolto nel processo di revisione a Perugia, dopo 17 anni in carcere da innocente.

 

ILARIA ALPI: L’OMICIDIO DI UNA GIORNALISTA SCOMODA

Traffico d’armi e rifiuti tossici tra l’Italia e la Somalia:
la coraggiosa inchiesta che nel 1994 costò la vita all’inviata della Rai

di Stefania Nicoletti

Questa è una storia di bugie, insabbiamenti, depistaggi. Questa è una storia di intrighi internazionali e di servizi segreti. Questa è la storia di una giornalista coraggiosa, che ha pagato con la morte la sua voglia di indagare a fondo e di fare vero giornalismo d’inchiesta: Ilaria Alpiuccisa a Mogadiscio, in Somalia, il 20 marzo 1994. Si è detto che Ilaria si trovava là, insieme all’operatore tv Miran Hrovatin, “in vacanza” e non stava conducendo alcuna inchiesta: così si espresse l’onorevole Carlo Taormina, presidente della commissione parlamentare sul loro omicidio. Parole che non ci sembra neanche il caso di commentare, dato che alla fine del nostro articolo sarà ben chiaro chi ha voluto e commissionato questo duplice omicidio, e per quale motivo Ilaria e Miran dovevano essere eliminati.

Ilaria Alpi era una giovane giornalista del TG3. Nel giro di pochi mesi si era già recata diverse volte in Somalia come inviata di guerra. Dal 1991 infatti era in corso una guerra civile, in realtà mai terminata. Terreno fertile per i trafficanti d’armi: vedremo che è proprio su questo – ma anche su molto altro – che stava indagando la Alpi prima di essere uccisa. Nel paese africano era attiva la missione delle Nazioni Unite denominata UNOSOM. La mattina del 20 marzo 1994 Ilaria e Miran erano appena tornati a Mogadiscio, capitale della Somalia, da un viaggio nella città di Bosaso, a nord del paese. Là avevano seguito una pista e avevano trovato prove e testimonianze di qualcosa di scottante. Avrebbero presentato i risultati della loro indagine quella sera stessa nel corso del collegamento con il TG3: Ilaria infatti aveva già annunciato lo scoop al suo caporedattore, chiedendogli spazio nell’edizione serale del telegiornale. Ma non fece in tempo: lei e Miran vennero infatti uccisi in un agguato, freddati a colpi di kalashnikov, mentre invece l’autista e la guardia del corpo rimasero indenni.

Da quel momento partono i depistaggi: caratteristica comune a tutte le stragi e i “misteri” italiani. L’indagine, nel corso degli anni, passa nelle mani di quattro magistrati. Oltre dieci anni dopo, viene costituita una commissione parlamentare d’inchiesta. Secondo la relazione di maggioranza, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vennero uccisi “nell’ambito di un tentativo di rapina o di sequestro di persona conclusosi solo fortuitamente con la morte delle vittime”. Dunque, secondo la commissione parlamentare, obiettivo dell’agguato fu una rapina o un sequestro di persona, e i due giornalisti vennero uccisi “per caso”. Principale fonte di questa conclusione fu il somalo Ahmed Ali Rage detto “Gelle”, considerato il testimone chiave della vicenda. Gelle accusò un altro somalo, Hashi Omar Hassan, il quale venne arrestato al suo arrivo in Italia: Hashi doveva infatti testimoniare ad un altro processo nel nostro paese, quello sulle presunte violenze a carico di soldati del contingente italiano appartenenti alla Brigata Paracadutisti Folgore.

Rinviato a giudizio con l’accusa di essere l’esecutore del duplice omicidio Alpi-Hrovatin, Hashi venne assolto in primo grado, condannato all’ergastolo in appello, e infine a 26 anni in Cassazione. Si trova attualmente in carcere a Padova, ma da innocente. È recentissimo, infatti, lo “scoop” della trasmissione Chi l’ha visto, che a metà febbraio di quest’anno ha mandato in onda un’intervista esclusiva al super-testimone Gelle, il quale ha ritrattato la propria versione, affermando che gli era stato detto di indicare Hashi come colpevole; ma invece non era presente al momento dell’agguato e non ha visto chi ha sparato. “Gli italiani avevano fretta di chiudere il caso e mi hanno promesso denaro in cambio di una mia testimonianza al processo per incastrare Hashi”, dichiara oggi Gelle. Dichiarazioni che, in realtà, aveva già fatto nel 2002 alla BBC, ma di cui la magistratura non ha tenuto conto, pur sapendo benissimo come rintracciarlo in Inghilterra. Le affermazioni di Gelle sono gravissime: le autorità italiane hanno voluto chiudere in fretta il processo per l’omicidio di Ilaria Alpi, trovando un capro espiatorio nella persona di Hashi e insabbiando la verità, che coinvolge invece in maniera diretta uomini dei servizi segreti e delle istituzioni.

Ma allora, se Hashi è innocente, chi ha ucciso i due giornalisti della Rai? In realtà – come dice giustamente Luciana Alpi, madre di Ilaria, che da vent’anni si batte per la verità – a noi non interessano tanto gli esecutori materiali, quanto invece i mandanti. E i mandanti vanno ricercati tra le inchieste che Ilaria stava portando avanti. La giovane giornalista aveva scoperto una realtà scomoda, che va ben oltre il “semplice” traffico d’armi che ormai diamo quasi per scontato nelle guerre e nelle crisi internazionali. Ilaria Alpi stava indagando su un traffico d’armi e di rifiuti tossici e radioattivi tra i Paesi industrializzati e l’Africa. Lei e il suo operatore Miran Hrovatin stavano seguendo una traccia molto concreta che portava dall’Italia alla Somalia, passando per i Balcani. In particolare avevano concentrato la loro attenzione sulle navi della Shifco, una flotta di pescherecci donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia, che trasportava armi anziché pesce. Sono le stesse navi che, oltre a fornire armi ai signori della guerra somali, le stavano portando anche nella ex Jugoslavia, in quegli anni teatro di una sanguinosa guerra fratricida. Il tutto, come sempre, appoggiato e foraggiato dalle potenze internazionali, e gestito da faccendieri legati alle istituzioni e agli apparati statali.

Uno di questi faccendieri è senza dubbio Giancarlo Marocchino, figura chiave nel caso Alpi-Hrovatin. Lo troviamo direttamente sulla scena del delitto, poco dopo l’agguato: è lui infatti che prende il corpo di Ilaria e lo porta sulla propria auto, come si vede dalle immagini televisive di quel giorno. Marocchino era una vera autorità a Mogadiscio: personaggio potentissimo, da lui passavano tutti gli italiani che arrivavano nel paese africano; di conseguenza anche i giornalisti, che spesso venivano ospitati nella sua casa. Ilaria Alpi non era tra questi: lei evitò sempre di andarci per non compromettersi, probabilmente perché aveva già capito cosa ci celava dietro alle attività di Marocchino. Ufficialmente in Somalia faceva l’imprenditore; in realtà si trattava di una copertura per affari illeciti: di fatto, Marocchino fu uno dei principali trafficanti d’armi e di rifiuti tossici durante la guerra civile somala, e collaborava direttamente con le autorità somale e italiane, e naturalmente con i militari e con i servizi segreti, che ebbero un ruolo chiave sia nel traffico, sia nell’omicidio della giornalista che l’aveva scoperto.

servizi segreti e l’organizzazione Gladio: queste le due entità che ritroviamo in tutti i misteri italiani. E compaiono anche qui. Il 12 novembre 1993 viene ucciso a Balad, in Somalia, il maresciallo Vincenzo Li Causi, sottufficiale del servizio segreto militare SISMI, istruttore di Gladio e comandante del Centro Scorpione di Trapani, uno dei centri più importanti di Gladio. Li Causi infatti faceva parte della VII Divisione del SISMI, ovvero la sezione che gestiva la struttura Stay Behind (Gladio): un’organizzazione clandestina paramilitare promossa dalla NATO per contrastare un’eventuale invasione sovietica dell’Europa occidentale. Il maresciallo Li Causi era l’informatore di Ilaria Alpi sul traffico d’armi e di rifiuti tossici. È morto in un agguato in circostanze mai chiarite, quattro mesi prima della giornalista con cui era in contatto e a cui forniva informazioni. Inoltre il giorno dopo avrebbe dovuto far ritorno in Italia per deporre davanti ai magistrati proprio in merito alle attività del Centro Scorpione, all’operazione Gladio, e al traffico d’armi e scorie radioattive in Somalia.

C’è poi un’altra morte sospetta che potrebbe essere collegata a Gladio, alla Somalia, e a Ilaria Alpi: quella del maresciallo Marco Mandoliniucciso il 13 giugno 1995 a Livorno. Era un incursore del Col Moschin (le forze speciali dei paracadutisti della Folgore), un istruttore della NATO, ed ex capo-scorta del generale Loi in Somalia. Si è detto che è stato un omicidio gay, e ora – con la recente riapertura dell’inchiesta – si segue il movente economico. Ma, a nostro parere, potrebbe invece trattarsi di un omicidio legato a quelli del maresciallo Li Causi e di Ilaria Alpi. Secondo il fratello Francesco, Marco Mandolini era molto amico di Vincenzo Li Causi fin da quando avevano frequentato insieme un corso a Capo Marrargiudove si addestravano gli uomini di Gladio. E secondo altre fonti interne ai servizi segreti, Mandolini era probabilmente coinvolto nel traffico d’armi e rifiuti tossici, con il nome in codice “Ercole”. Importante anche il luogo in cui venne ucciso: Livorno, che riporta alla mente il rogo del Moby Prince. La sera del 10 aprile 1991, quando avvenne la collisione tra il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo che causò 140 morti, era presente nel porto di Livorno il peschereccio 21 Oktobar II, la nave numero uno della Shifco: la flotta coinvolta nel traffico d’armi con la Somalia scoperto da Ilaria Alpi. E vi è la testimonianza del timoniere somalo della 21 Oktobar II, che parla apertamente di traffici d’armi svolti dal peschereccio.

Ecco dunque che si aggiunge un altro tassello al puzzle. Ilaria Alpi aveva scoperto anche questo nel suo lavoro di inchiesta, ed era riuscita – con prove e testimonianze – a ricostruire un quadro completo della vicenda, che coinvolgeva militari, servizi segreti, istituzioni. La sera del 20 marzo 1994 avrebbe rivelato tutto in un lungo servizio al TG3, ma è stata fermata prima che potesse farlo. Come lei, sono stati fatti fuori altri personaggi chiave. E sono stati fatti sparire i suoi block notes, la sua macchina fotografica, e le videocassette girate dall’operatore Miran Hrovatin. Materiale scomparso nel nulla e mai più ritrovato: caratteristica ricorrente, così come i depistaggi, gli insabbiamenti, e le morti più che sospette di testimoni e personaggi scomodi.

 

Per approfondire, consigliamo i libri:
“L’esecuzione. Inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin” di Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer, Maurizio Torrealta; Kaos edizioni
“1994. L’anno che ha cambiato l’Italia. Dal caso Moby Prince agli omicidi di Mauro Rostagno e Ilaria Alpi. Una storia mai raccontata” di Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari; edizioni Chiarelettere

 

L’intervista per la trasmissione Border Nights al giornalista e scrittore Luciano Scalettari, in occasione dell’assoluzione di Hashi Omar Hassan nel processo di revisione:

Fonte tratta dal sito .



mercoledì 18 febbraio 2026

Caso Skripal. Perché si uccide un agente segreto

 
Il 4 marzo 2018, in Inghilterra, viene trovato accasciato su una panchina l’agente segreto russo Sergeij Skripal, insieme a sua figlia. Entrambi sarebbero stati avvelenati da un gas nervino appartenente a un tipo sviluppato e prodotto dall’esercito russo (denominato A234). L’agente segreto sarebbe stato avvelenato perché avrebbe fornito informazioni ai servizi segreti di altri paesi facendo il doppio gioco e quindi tradendo Mosca.

A seguito di questo fatto, assistiamo alla lapidazione del presidente russo Putin per un fatto senza senso né logica, e assistiamo alla cacciata dei diplomatici russi dalle varie ambasciate (un vero e proprio atto di guerra).

Questo fatto mi ricorda una vicenda della mia infanzia, quando il padre di un mio amico del liceo, funzionario dei servizi segreti, pochi giorni prima di essere trovato morto su una panchina del paese di Bracciano, in provincia di Viterbo, disse alla sua famiglia: “Fra pochi giorni mi uccideranno, non credete alle bugie che racconteranno su di me, sappiate che sarò morto in servizio, perché nel mio lavoro funziona così. Non ci sono licenziamenti, liquidazioni, preavvisi, indennità… semplicemente, ci uccidono“. E chiese alla moglie di fare una battaglia legale, per far dichiarare non il suicidio ma la “morte in servizio”. Da quel giorno, ovverosia dal giorno in cui la moglie vinse la battaglia legale con lo Stato, facendosi riconoscere la morte per stato di servizio, è invalsa nel linguaggio del servizio segreto l’espressione “è stato suicidato” per indicare un omicidio travestito da suicidio.

Ora premesso che:

  • L’uccisione di agenti segreti è un fatto che è sempre avvenuto in tutti i tempi e in tutti i paesi, e nessuno si è mai sollevato e indignato per questo;
  • Gli agenti segreti vengono assassinati non solo dalle potenze avversarie, ma dagli stessi governi per i quali essi lavorano: quando un agente/collaboratore/consulente/funzionario, è scomodo, viene semplicemente ucciso. La vita degli agenti segreti, per i governi dei vari stati, non vale nulla (come la vita dei cittadini del resto). Tanto meno vale la vita dei familiari, che viene spesso utilizzata come strumento di ricatto verso gli agenti stessi, per intimidirli, costringerli a determinate azioni, ecc. Basti pensare – tra i casi di cui ci siamo occupati nel nostro sito – al caso di Davide Cervia; al caso Nicola Calipari; all’assassinio di Mario Ferraro, trovato impiccato al portasciugamani del suo bagno; a Giovanni Aiello detto “faccia da mostro”; a Luciano Petrini, ucciso a colpi di portasciugamano mentre stava facendo una perizia informatica sulla morte del colonnello Ferraro… Tutti agenti o collaboratori dei servizi segreti, uccisi perché, molto semplicemente, erano diventati scomodi.
  • Per uccidere un uomo, ci sono decine se non centinaia di modi, alcuni invisibili, altri più eclatanti, come le armi da sparo, ma molto più sicuri (v. il nostro articolo: Come uccidere un uomo senza lasciare traccia); ci sarebbe da domandarsi perché Putin abbia scelto un mezzo così eclatante per un’operazione del genere; e perché proprio adesso (dato che il doppio gioco di Skripal era noto da anni ai russi, tanto è vero che nel 2004 aveva subito un procedimento penale proprio per alto tradimento).

La domanda da farsi quindi è: cosa cela veramente questa vicenda?

Dal momento che i fatti veicolati dai mass media nascondono in realtà messaggi tra vari poteri, il cui contenuto possiamo intuirlo dal tipo di parole e messaggi utilizzati nella veicolazione delle varie informazioni, la domanda che possiamo porci è: premesso che Putin ha da poco concluso con la Germania un accordo (North Stream 2) per la costruzione di un gasdotto, e tale accordo è mal visto dagli USA, dato che nelle notizie relative alla spia russa si parla di “gas”, è possibile che questa vicenda nasconda una serie di messaggi intimidatori a Putin, proprio per la vicenda del gasdotto?

La nostra è solo una domanda, e forse siamo anche fuori strada, trattandosi solo di un’intuizione. Ma certamente non siamo fuori strada nel capire che questa vicenda è solo una montatura, e Putin non c’entra probabilmente nulla con l’assassinio della spia.

A Londra, come a qualunque altro governo, non interessa certamente la vita di un agente segreto, per giunta appartenente ad un altro governo. La vicenda è quindi solo il pretesto ufficiale, per condurre un altro tipo di guerra per interessi che non possono essere esplicitati alle masse.

Fonte tratta dal sito .

martedì 17 febbraio 2026

Delitti rituali e parassitismo psichico

 


Premessa. Il simbolismo nei delitti

In questi anni in cui mi sono occupato di delitti rituali c’era una domanda a cui non riuscivo a dare una risposta sensata. La domanda era: chi crea le coincidenze eccezionali che si verificano in questi delitti?

Faccio alcuni esempi.

Nei delitti delle bestie di Satana alcuni dei nomi dei ragazzi coinvolti sono, appunto, nomi di bestie: Volpe, Leoni, Zampollo (zampa di pollo). Satana, nella tradizioni cristiana, è sconfitto dell’arcangelo Michele; e guarda caso i due personaggi che, in tutta la vicenda, risultano la chiave per scoprire i delitti si chiamano Michele: sono Michele Tollis (che richiama il detto latino “qui tollis peccata mundi”), il padre di uno dei ragazzi assassinati, e il luogotenente Michelangelo Segreto (quindi qui non abbiamo solo Michele, ma anche l’angelo). Costui, se non ricordo male, all’epoca, era comandante dei carabinieri della stazione di Somma Lombardo. E la bestia dell’apocalisse, in alcune raffigurazioni, ha le zampe di pollo e la testa di leone.

In località Golasecca, Volpe sparò a Mariangela Pezzotta. E le sparò, guarda caso, in gola. La vicenda delle Bestie di Satana (per come la raccontano i giornali, poi abbiamo spesso detto che la realtà è ben altra cosa) finì il giorno che Volpe e Ballarin, dopo aver ucciso Mariangela, si schiantarono con l’auto presso la diga di Panperduto; dopodiché vennero catturati e processati. A Panperduto, cioè, le Bestie di Satana si… perdono. Pan era, nella tradizione cattolica di alcuni secoli fa, una delle rappresentazioni di Satana, trattandosi di un dio pagano.

Nei delitti del Mostro di Firenze, le zone del delitto, se segnate su una mappa, disegnano un cerchio (magico) attorno a Firenze; Firenze è per eccellenza la città di Dante, il poeta che mise per iscritto nella Divina Commedia il sapere templare e rosacrociano. Ora, il primo delitto del Mostro è quello di Pasquale Gentilcore, e la “Vita Nova” di Dante si apre con il verso “a ciascun alma presa e gentil core”. Più in generale la trama dei delitti richiama dal punto di vista simbolico la Divina Commedia e il quadro del Botticelli “La Primavera”, come abbiamo spiegato in altri articoli. http://petalidiloto.com/2011/03/la-primavera-del-botticelli-e-i-delitti.html

Nel delitto Moro, la vicenda si apre in via Fani (Mario Fani, fondatore del circolo di Santa Rosa) e si chiude in via Caetani al numero 9 (cioè esattamente davanti al conservatorio di Santa Caterina della Rosa) dove viene parcheggiata la Renault Rossa in cui c’era il cadavere del senatore.

Di recente, mi ha abbastanza colpito il delitto avvenuto nella mia città, il giorno in cui io avevo il processo penale per la vicenda del Mostro di Firenze, a causa della querela che mi fece tempo fa Mario Spezi. Il 13 dicembre del 2017 (quindi il giorno di Santa Lucia), in strada Santa Lucia, al numero 26 (due volte 13 quindi, ovverosia due volte il numero della morte) vengono ritrovati morti due coniugi; la donna si chiama Rosa Rita Franceschini. In altre parole: il giorno in cui, a Viterbo, si celebra un processo che riguarda quello che io ho additato come uno dei principali esponenti della Rosa Rossa (organizzazione che ha la Rosa, e santa Rita, tra i suoi simboli principali con cui firma i suoi delitti), viene uccisa una donna che ha, nel nome di battesimo, i simboli dell’organizzazione. E il cui cognome ha una certa assonanza con il mio. Difficile, per un simbolista, non notare la coincidenza. Questa volta furono addirittura i giornali a parlare di omicidio rituale, perché la coppia uccisa era disposta in un modo particolare sul letto, e il loro figlio (accusato del del delitto) aveva appena finito di leggere il romanzo “Il grande Dio Pan” di Arthur Machen, che descriveva proprio una scena del delitto simile.

Potrei andare avanti per ore. Ma in realtà di queste coincidenze e questi simboli ho parlato in altri articoli, e ora quindi non c’è bisogno di ripetere ciò che abbiamo detto mille volte.

La domanda, come ho anticipato, è come si creano queste coincidenze.

Dopo qualche tempo, avevo escluso che ci fosse dietro un gruppo di persone che organizzasse minuziosamente i dettagli di queste operazioni, compresi i giorni e l’ora in cui devono avvenire e scegliendo il nome della vittima o delle vittime. L’operazione risulterebbe troppo complicata, durerebbe anni, e sarebbe ad alto rischio di fallimento a causa di troppe variabili. Impossibile pianificare un delitto come quello Moro creando a tavolino tutte le incredibili coincidenze di quella vicenda, di cui abbiamo parlato altrove. http://petalidiloto.com/2018/03/rosa-rossa-quei-simboli-svelano-la-verita-indicibile-su-moro.html

Senza contare che se dietro tutto questo ci fosse un’intelligenza umana, prima o poi in qualche processo, in quale atto parlamentare, o in qualche libro, qualcuno ne avrebbe dato testimonianza. Invece, solo per fare un esempio col delitto Moro, non risulta da nessuna parte che qualcuno abbia ordinato di acquistare proprio una Renault Rossa, e andarla a depositare proprio al numero 9.

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L’uso della magia negli omicidi

Alcuni delitti rituali avvengono mediante l’uso della magia. In altre parole, mentre l’assassino o gli assassini agiscono sul piano materiale, un altro gruppo, o dei singoli, agiscono sul piano magico ed esoterico.

L’azione magica scatena l’azione di entità che si affiancano agli esseri umani per raggiungere il fine dell’operazione. Alcune di queste entità prendono il possesso delle persone coinvolte, agendo al posto loro. in sostanza, un prete cattolico definirebbe queste persone “indemoniate”; in gergo esoterico si dicono “parassitate”. Si tratta infatti di veri e propri parassiti psichici che prendono il controllo, a lungo o per pochi attimi, di singole persone o addirittura di gruppi.

Queste entità prendono vari nomi e hanno nomi diversi a seconda delle tradizioni esoteriche di riferimento. Eggregore, elementali… Malanga li chiamava alieni e chiamava addotti coloro che erano sotto il controllo di queste entità. I preti li chiamano demoni e chiamano indemoniate le persone soggette a questi fenomeni. La psichiatria li chiama spesso schizofrenici, talvolta dà invece una diagnosi di psicosi, quando la persona sente le voci (che in realtà sono le voci dell’entità).

Tutte le tradizioni magiche, di tutte le culture, e da sempre, si occupano di queste entità e del rapporto tra gli esseri umani e queste entità. Non c’è quindi bisogno di citare una letteratura specifica o studi specifici. Solo la profonda ignoranza in materia esoterica o spirituale fa dire a qualcuno che parlare di entità è un’invenzione o un delirio paranoico.

Si tratta di entità non umane, che prendono il controllo della persona, in senso letterale. Non a caso la maggior parte dei serial Killer ha sempre dichiarato: “Non so perché l’ho fatto. So solo che dovevo farlo”. Sono queste le parole che pronunciò ad esempio Jeffrey Dahmer, il cosiddetto Mostro di Milwaukee, che uccise e mangiò decine di vittime, il quale aggiunse anche “datemi il massimo della pena”.

E’ recente il caso del Mostro di Foligno, Luigi Chiatti, che ha chiesto scusa alle vittime.

Jonh Wayne Gacy, soprannominato Killer Clown, che uccise – pare – 33 adolescenti, dichiarò al processo di non essere stato lui ad uccidere, ma il suo “doppio”.

Una cosa molto interessante da segnalare è che alcuni serial killer, al processo, dichiararono che erano stati avvicinati da persone eleganti e facoltose che si dichiararono “interessate alla loro attività”. Un piccolo particolare, irrilevante a fini investigativi, ma assolutamente fondamentale per chi studia simbolismo e magia e conosce il comportamento di alcune confraternite occulte.

E sono molti i casi di persone che hanno ucciso e fatto vere e proprie stragi; erano persone normali fino ad un attimo prima e poi, in pochi secondi, si trasformano in mostri.

Queste entità agiscono a livello energetico, e fanno sì che tutto ciò che accada richiami l’energia dell’eggregora o dell’entità che si è scatenata dopo il rito magico.

Nel caso di Jeffrey Dahmer, ad esempio, del simbolismo della vicenda mi colpisce il fatto che costui, dopo essersi convertito al cristianesimo, fu ucciso in carcere da un certo Christopher Scarver, a 33 anni.

Facciamo un esempio di come funziona la magia in rapporto alle entità.

Se un gruppo magico che si chiama Elefante Giallo fa un rito per far morire Pippo, si scatenerà l’eggregora di questa organizzazione, e probabilmente Pippo morirà in una località chiamata Elefante, magari in un’auto gialla, e per coincidenza troveranno nella sua auto un fumetto dal titolo “Pippo e il mistero dell’elefante giallo”.

Talvolta, poi, capita che il rito non vada a buon fine. Se la persona o il gruppo di persone prese di mira dal rito sono molto forti energeticamente, o si proteggono in qualche modo, l’energia scatenata dal rito “rimbalza” su un altro soggetto o su un gruppo di soggetti con un’energia analoga, ma minore. Nell’esempio fatto, se Pippo è una persona molto forte, l’energia rimbalzerà su un altro soggetto, sempre di nome Pippo. E magari, se il gruppo che ha fatto il controrito magico si chiama “Formica Maiala”, Pippo 2 verrà ritrovato morto in un allevamento di suini e il suo cadavere sarà scoperto da un impiegato di una ditta di disinfestazione, chiamata dal proprietario a causa di un’invasione di formiche.

In altre parole, alcuni delitti rituali sono il frutto di riti non andati a buon fine. Altri, sono semplicemente andati a segno.

E, per concludere, quando in una vicenda il simbolismo è molto evidente, significa che in questa vicenda c’è l’intervento di entità (scatenate o no da un rito magico).

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Conclusioni

Per concludere, voglio fornire qui alcuni elementi di riflessione per coloro che leggono questo articolo. Dal momento che si tratta di concetti complicatissimi, posso solo offrire degli spunti, per chi vorrà meditarci sopra.

Parlando anni fa con un astrologo tra i più bravi in Italia, Ciro Discepolo, costui mi disse: “Non credo alla magia. Né ai delitti rituali. Perché quando ho fatto il tema natale e calcolato i transiti di persone famose che sono state assassinate, o che si dice siano state assassinate anziché morire di morte naturale, ho visto che quel giorno, per loro, era prevista la morte. Non sono morti per magia, ma sono morti perché dovevano morire”.

Se leggiamo le storie dei più grandi maestri spirituali (Buddha, Steiner, Yogananda, Maometto, e molti altri), la cosa che a me colpisce è che sono sfuggiti alla morte, o a trappole diverse, diverse volte. Poi inspiegabilmente, un bel giorno, muoiono (tutti e quattro i personaggi citati moriranno nello stesso modo, cioè avvelenati); e quel giorno, proprio quel giorno, non hanno evitato la loro morte, pur avendo le capacità di prevederla e prevenirla se volevano. C’è da domandarsi il perché.

E la risposta a questo perché, alla fine, è abbastanza chiara per chi si occupa di spiritualità.

Ciascuno muore solo quando deve morire. E ciascuno è solo uno strumento divino. La differenza tra un maestro illuminato e una persona comune è che il primo sa perfettamente di essere uno strumento, ne è cosciente, e quindi sa anche quando avviene il momento della sua morte, a cui non si sottrae.

San Francesco si riteneva uno strumento divino (“fa di me uno strumento della tua pace”). Yogananda si riteneva unicamente uno che faceva la volontà di Dio.

Einstein diceva che le coincidenze (quelle che Jung chiama coincidenze significative) sono “Dio che passeggia in incognito”.

Le entità sono strumenti divini.

Non a caso la magia nera e la magia bianca vengono definite “mano sinistra” e “mano destra”, di Dio.

E sono tutti strumenti divini.

Perché, come dice Fausto Carotenuto, la strategia finale la fa Dio, non Satana, che di Dio è solo uno strumento.

Il nostro libero arbitrio sta soprattutto nell’essere consapevoli delle entità che guidano la nostra vitaE nello scegliere la strada che ci possa rendere più felici. 

Nei dialoghi (spesso scontri violenti) con una mia amica che in passato praticava la magia nera, c’è –…. a mio parere – il riassunto del nostro libero arbitrio. Lei adora Crowley. Io Yogananda. Lei dice che Yogananda era un “frustrato latente”, in quanto non era felice di essere andato in America ad adempiere alla sua missione divina; che lui l’ha fatto perché doveva farlo, ma forse avrebbe preferito rimanere in India, tra la sua gente, a meditare (e in effetti ha ragione). Io replico che mi pare più infelice Crowley, il quale, in un suo diario, dichiara espressamente di non sapere quale entità guidi esattamente la sua vita. Io dico che Dio è ovunque; lei risponde che allora è anche in Crowley, e anche nei delitti rituali, e che anche lui era uno strumento di Dio.

E abbiamo ragione entrambi.

Quando qualcuno mi chiede se non mi ha spaventato il delitto di Viterbo, o perlomeno inquietato, rispondo di no; perché forse è tutto una coincidenza, o forse no. Non posso saperlo. Può essere il risultato di un rito non andato a buon fine, in cui sono incappate delle persone a caso. Oppure un rito andato a buon fine. Non ho le risposte e non pretendo di darle. So solo che c’è un disegno divino dietro a tutto, e questo mi tranquillizza.

 

 

«Ora è finita. Qui non si è mai trattato di cercare di essere liberato. Non ho voluto mai la libertà. Sinceramente, volevo la pena capitale per me stesso. Qui si è trattato di dire al mondo che ho fatto quello che ho fatto, ma non per ragioni di odio. Non ho odiato nessuno. Sapevo di essere malato, o malvagio, o entrambe le cose. Ora credo di essere stato malato. I dottori mi hanno parlato della mia malattia, e ora mi sento in pace. So quanto male ho causato… Grazie a Dio non potrò più fare del male. Credo che solo il Signore Gesù Cristo possa salvarmi dai miei peccati… Non chiedo attenuanti.»

Dichiarazione di Jeffrey Dahmer al processo. Poco tempo dopo fu ucciso da un certo Christopher Scarver.

Fonte tratta dal sito .

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